SPAZIO PROFESSIONISTI

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Trofeo Laigueglia: Pietropolli (Lampre) coglie il terzo sigillo stagionale
È stato l’alfiere della Lampre-ISD Daniele Pietropolli a aggiudicarsi con una volata a ranghi ristretti il 48° Trofeo Laigueglia battendo Simone Ponzi e Angel Vizioso e gli altri componenti il gruppetto di testa. Il veronese della Lanpre ha fatto suo un Trofeo Laigueglia che ha visto ai nastri di partenza alcuni dei gran bei nomi del ciclismo italiano ma non solo.

Avevano infatti scelto di scendere in riviera a per onorare la corsa ligure, il vincitore delle ultime due edizioni Francesco Ginanni e Emanuele Sella della Androni Giocattoli, Ivan Basso e Peter Sagan della Liquigas, Damiano Cunego e Alessandro Petacchi della Lampre-ISD, la sorpresa della Sanremo della scorso anno Sacha Modolo della Colnago-CSF, Alessandro Ballan della BMC, Danilo Di Luca e Mikhail Ignatiev della Katusha e Andrea Noè della Farnese Vini-Neri Sottoli.

Un elenco di grossi calibri che ha automaticamente reso frizzante l’unica corsa ciclistica professionistica che si disputa totalmente nella Riviera di Ponente. Fin dalla partenza si respirava odore di battaglia, e anche la fuga del mattino di 6 coraggiosi tra cui Manuele Caddeo, nato a Andora e che vive a Imperia, non ha mai avuto il guinzaglio troppo lungo, i 6’ di vantaggio massimo non hanno mai impensierito il plotone guidato in testa da Liquigas, Lampre e Androni. Dopo il passaggio dei primi due GPM, quello iniziale di Balestrino e quello più tecnicamente valido del Ginestro la corsa si è accesa, con il gruppo dei sei che perdeva pezzi e la Liquigas dietro a forzare l’andatura. I restanti 70 km con i GPM di S. Damiano e di Cima Paravenna sono stati percorsi alla garibaldina con continue variazioni, frazionamenti e ricongiungimenti in testa al gruppo, dove si sono messi in luce anche i vari Ballan, Basso e DiLuca. Nel vorticoso finale che ha visto la testa del plotone dirigersi verso la costa per giocarsi chi d’astuzia, chi di forza, l’agognato traguardo ha registrato l’estremo tentativo di Alessandro Ballan ai meno7, tentativo che appartiene al repertorio del veneto e che gli è valso tra l’altro la vittoria mondiale a Varese nel 2008. Rintuzzato anche questo tentativo per le avanguardie non è rimasto altro da fare che preparare la volata nel miglior modo possibile.

La coppia della Liquigas ha provato a impostare il lavoro a favore del giovane Ponzi, ma il corridore della Lampre è stato più lesto di tutti e uscendo ai 100m ha messo la sua ruota davanti a tutti succedendo nell’albo d’oro a Francesco Ginanni, un altro capace, se in giornata, a vincere allo stesso modo.

Il gran lavoro fatto dalla Liquigas ha fruttato quindi solo un 2° posto, un 10° con Basso e un 11° con Sagan primo del gruppo inseguitore arrivato a 52” dai primi. Soddisfazione invece in casa Androni che continuano la tradizione positiva con la corsa ligure con il terzo posto di Angel Vicioso. Un terzo posto che significa anche il quinto podio consecutivo conquistato dai ragazzi di Gianni Savio nelle ultime 5 gare disputate. Scorrendo l’ordine d’arrivo registriamo anche il 22° posto di “Brontolo” Noè, il 23° di Di Luca, il 26° di Cunego e il 33° di Sella, tutti nel primo gruppo inseguitore, giunto a 52” dai primi.

Mario Prato

ORDINE D’ARRIVO: 1) Daniele Pietropolli (Lampre Isd) in 4h42’20” che copre i 183,800 chilometri alla media di 39,06 km/h; 2) Simone Ponzi (Liquigas Cannondale) in s.t.; 3) Angel Vicioso (Androni Giocattoli); 4) Fabio Taborre (Acqua & Sapone); 5) Pavel Brutt (Katusha Team); 6) Fortunato Baliani (D’Angelo Antenucci Nippo); 7) Alessandro Ballan (Bmc Racing); 8) Frederic Amorison (Landbouwkrediet); 9) Paolo Ciavatta (Acqua & Sapone); 10) Ivan Basso (Liquigas Cannondale).

Tirreno-Adriatico, battesimo a Marina di Carrara

MARINA DI CARRARA, 7 febbraio 2011 – L’edizione 2011 della Tirreno-Adriatico, in calendario dal 9 al 15 marzo, verrà presentata martedì 8 febbraio a Marina di Carrara. Appuntamento alla Sala del centro direzionale di Carrara Fiere alle ore 15. Presenti tra gli altri Alfredo Martini, c.t. Paolo Bettini, Alessandro Petacchi, Danilo Napolitano, Alessandro Vanotti, Stefano Garzelli, Daniel Oss e Michele Bartoli

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Jack Bobridge non è più soltanto una giovane promessa: ora è anche nella storia. Australiano, 21 anni, questo grande talento della pista, ma non solo, aveva fatto sbilanciare anche Lance Armstrong: «Il mio erede? Potrebbe essere questo ragazzo», aveva detto l’americano, già lo scorso anno.

A dodici mesi dal suo debutto tra i professionisti, intanto, Jack Bobridge ha fatto crollare il record di Chris Boardman nell’Inseguimento individuale: sembrava un tempo imbattibile, quel 4’11”114 stabilito dall’ex recordman dell’ora nel 1996 al velodromo di Manchester. Quel record venne stabilito su una bici con una geometria particolarmente aerodinamica. Poco dopo l’Uci decise d’introdurre nuove regole vietando certe posizioni in sella, decisamente vantaggiose. E così, i tempi delle prestazioni si erano alzati.

Quindici anni dopo, l’imbattibile Boardman, il giovanissimo Jack Bobridge infrange un tabù e fa segnare un fantastico 4’10”534: al velodromo Dun gray di Sydney, nel corso dei Campionati australiani su pista. Bobridge ha recentemente fatto incetta di medaglie ai giochi del Commonwealth, è uno degli ultimi grandi talenti della scuola di Shayne Bannan, l’artefice di questa grande esplosione del ciclismo australiano. Gareggia nel team Garmin-Cervélo, assieme all’altro super talento “aussie”, Cameron Meyer, recente vincitore del Tour Down under.

Bettini richiama già gli azzurri
E’ un progetto voluto dal ct azzurro Paolo Bettini per dare continuità, nell’arco della stagione, all’attività degli azzurri professionisti, con lo sguardo sempre rivolto ai prossimi Campionati del mondo strada di Copenaghen (Danimarca), in programma dal 19 al 25 settembre.

La pianificazione e la messa in atto del “disegno azzurro” inizia con il primo dei tre raduni in programma, dal 28 febbraio al 3 marzo, presso l’Hotel Marinetta di Marina di Bibbiona (Livorno). A questo raduno saranno convocati sei azzurri professionisti guidati dal ct Bettini e quattro azzurri Under23, selezionati dal ct Marino Amadori nell’ottica di un lavoro sempre più sinergico tra le parti. Questo primo raduno, a differenza del secondo dedicato agli stradisti delle gare in linea, sarà centrato in particolare sulla cronometro.

«Sarà un primo raduno abbastanza atipico – commenta Paolo Bettini –, che ci darà l’opportunità di conoscere meglio e più a fondo gli atleti. Daremo spazio, naturalmente, ai normali allenamenti ma, soprattutto, sfrutteremo al massimo le ore che rimarranno a nostra disposizione per approfondire la conoscenza umana e, attraverso il dialogo, ricavare spazi di confronto che potranno risultare innovativi in chiave futura».

Conferma il ct Amadori: «Con questo raduno vogliamo dare anche agli under 23 specialisti delle gare contro il tempo la possibilità di confrontarsi e di avere scambi di opinioni sugli aspetti tecnici e sulla tipologia di allenamento con gli atleti professionisti. Il nostro obiettivo è recuperare il gap di venticinque secondi che ci separa dal podio registrato lo scorso anno nelle competizioni internazionali europee e mondiali anche grazie all’attività che andremo a svolgere durante la stagione». Un progetto che trova la giusta collocazione anche e soprattutto nella sempre più significativa collaborazione con il settore Studi della Federazione ciclistica italiana e con la Scuola dello sport del Coni. Il ct Paolo Bettini si avvarrà della collaborazione tecnica di Gabriele Balducci. Lo staff si completerà poi con il supporto di Franco Vita.


Geox-Tmc fuori dal Tour: l’amarezza di Sastre

La delusione di Sastre inquadra bene il momento difficile di una formazione che, fino a qualche mese fa, era data come la grande novità del ciclismo mondiale: «Dopo dieci Tour de France, tutti onorati, questa è veramente un brutto colpo», si è lasciato sfuggire lo spagnolo vincitore della Grande Boucle 2008, dopo l’esclusione della sua squadra, la Geox-Tmc, dagli inviti per il Tour de France. Nella stessa giornata, la formazione di Gianetti, che vede in organico anche il russo Denis Menchov aveva incassato anche il no degli organizzatori italiani della Tirreno-Adriatico e di quelli francesi della Parigi-Nizza. La vicende, insomma, sta prendendo le sembianze di un vero e proprio boicottaggio per questa formazione: la Geox-Tmc, due marchi italiano leader nel mondo calzaturiero e del settore energia, erano entrata nel mondo del ciclismo con grandi ambizioni, ma, evidentemente, hanno trovato sulla sua strada manager e organizzatori che non sembrano voler incoraggiare l’ingresso di nuovi capitali nel mondo delle due ruote.

Gli organizzatori del Tour de France hanno annunciato la lista delle 22 squadre che parteciperanno alla prossima edizione del Tour de France, che scatterà il 2 luglio. Oltre alle 18 squadre della categoria ‘Pro Team’ automaticamente iscritte, sono quattro, tutte francesi, quelle invitate dagli organizzatori: si tratta di Cofidis, Francaise des Jeux, Saur-Sojasun e Europcar. Chiara la scelta degli organizzatori di privilegiare i team locali, considerato che fra le 18 squadre aventi diritto all’iscrizione solo la Ag2R è francese. Esordio assoluto alla Grande Boucle della Saur-Sojasun.

Stephen Roche, il re d’Irlanda

Da giovane operaio meccanico a numero uno del ciclismo mondiale. E’ la storia di Stephen Roche, il “re d’Irlanda” nato ciclisticamente in Francia con la maglia della formazione dilettantistica parigina ACBB Boulogne-Billancourt. Un trasferimento obbligato, il suo, per prepararsi alla gara su strada dei giochi olimpici di Mosca 1980 che però lo rese celebre agli addetti ai lavori: un vero ribelle, il giovane Stephen che per restare in Francia riuscì ad imporsi nella Parigi-Roubaix riservata ai dilettanti.

“Ti rispedisco in Irlanda oggi stesso se non vinci” gli disse il ds secondo la leggenda e il giovane irlandese, centrò la fuga con il belga Dirk Demol e brunciandolo in volata all’interno del velodromo di Roubaix.

Nonostante avesse concluso sul podio anche la Paris-Eze, un infortunio al ginocchio dovuto ad una suola difettosa non gli permise di essere protagonista nella gara olimpica di Mosca; tornato in Francia, ebbe un periodo strepitoso tra agosto ed ottobre, vincendo 19 gare ed ottenendo un contratto professionistico con la Peugeot-Shell-Michelin per la stagione 1981.

La prima vittoria da professionista la conquistò battendo niente meno che Bernard Hinault al Giro della Corsica. Meno di un mese dopo vinse la Parigi-Nizza (nonostante avesse preso un raffreddore nella discesa del Mont Ventoux) e concluse la sua ottima stagione d’esordio vincendo anche il Tour d’Indre et Loire e l’Étoile des Espoirs, oltre ad un secondo posto dietro Hinault al Gran Premio delle Nazioni. Nel 1982 arrivò solo il secondo posto nell’Amstel Gold Race, ma la sua scalata al successo continuò nel 1983 con le vittorie al Giro di Romandia, al Gran Premio di Vallonia, all’Étoile des Espoirs ed alla Parigi-Bourges. Nel Tour de France 1983 si piazzò al tredicesimo posto; concluse la stagione con una medaglia di bronzo ai mondiali su strada di Altenrhein, in Svizzera, battuto da Greg LeMond e Adrie van der Poel.

Nel 1984, dopo i problemi contrattuali con la Peugeot, approdò alla La Redoute senza però perdere il vizio della vittoria: suo ancora il Giro di Romandia, la Nizza-Alassio e la Subida a Arrate e anche il secondo posto alla Parigi-Nizza. Nel 1985 vinse il Critérium International, il Tour du Midi-Pyrénées, fu secondo alla Parigi-Nizza e terzo alla Liegi-Bastogne-Liegi. Al Tour de France 1985 vinse la 18ª tappa, con arrivo sul Colle d’Aubisque, e concluse la gara sul podio al terzo posto, a 4 minuti e 29 secondi dal vincitore Bernard Hinault.

Nel 1986, mentre gareggiava ad una Sei giorni con il professionista britannico Anthony Doyle al Paris Masters di Bercy, si schiantò e si infortunò seriamente al ginocchio destro. Questo infortunio pregiudicò la sua stagione 1986, la prima con la Carrera Jeans. Un infortunio che gli causò problemi cronici alla schiena per il resto della carriera, costringendolo a correre con una gamba nettamente più corta dell’altra: un piccolo handicap che lo portò ad utilizzare per primo i nuovi pedali a sgancio rapido. Anche l’intervento chirurgico fatto dall’esperto Dr. Muller-Wohlfahrt di Monaco di Baviera servì a poco: tutto questo, però, non gli impedì di correre da assoluto protagonista la primavera del 1987, quando vinse la Volta a la Comunitat Valenciana e il Giro di Romandia per la terza volta, e si classificò quarto, con una vittoria di tappa, alla Parigi-Nizza. Concluse al secondo posto anche la Liegi-Bastogne-Liegi. A questi risultati seguirono le tre tappe e la classifica finale del Giro d’Italia: fu lui il primo vincitore della corsa rosa non proveniente dall’Europa Continentale.

Una vittoria epica, quella al Giro d’Italia, conquistata contro tutti e contro tutti: il pubblico e la Carrera, infatti, erano tutti schierati dalla parte di Roberto Visentini, che aveva vinto il Giro nell’anno precedente. L’unico compagno a correre per Stephen Roche era il fidato Eddy Schepers, anche se Roche ottenne il supporto dei corridori della Panasonic e dei compagni di squadra alla ACBB del vecchio Robert Millar e dell’australiano Phil Anderson.

Altri tempi, altro ciclismo: basti pensare che le vittorie di tappa Roche le conquistò nella cronometro a squadre, nella cronodiscesa di 8 km dal Poggio a Sanremo, nella cronometro individuale (alla 22^ tappa) che si corse a Saint-Vincent.; vittorie importanti anche se a decretarne il successo in classifica finale fu il vantaggio guadagnato nella Lido di Jesolo – Sappada, quando Roche quando Roche andò in fuga solitaria sin dai primi chilometri, fu ripreso nel finale ma ebbe la forza di contrattaccare e togliere la maglia rosa a Visentini.

Dopo un successo così esaltante Roche tentò la scalata al Tour de France: fu quella l’edizione con più salite (e 25 tappe!) del dopo guerra, orfana di Hinault e di Greg Lemond; l’annata era quella giusta per Roche: l’irlandese vinse la decima tappa, una cronometro individuale di 87,5 km conclusasi a Futuroscope e arrivò secondo nella diciannovesima frazione. Nella giornata successiva, una tappa alpina con il Colle del Galibier, il Colle della Madeleine e l’arrivo a La Plagne, si ritrovò ad inseguire il rivale Pedro Delgado partito all’attacco sulla salita finale. Andò in crisi, perse conoscenza all’arrivo ed ebbe bisogno di ossigeno. La maglia gialla cambiò proprietario diverse volte fra Charly Mottet, Roche, Jean-François Bernard e Delgado, prima che Roche sfruttasse la cronometro finale di 35 km per recuperare un ritardo di 30 secondi e vincere il Tour con il secondo distacco minimo fino ad allora, dopo quello di 38 secondi di Jan Janssen su Van Springel nel 1968: 40 secondi (due anni dopo, Greg LeMond batté Laurent Fignon di 8 secondi). Roche diventò così il quinto ciclista a vincere Giro e Tour nello stesso anno. Fu anche il primo irlandese in assoluto a vincere il Tour de France.

A decretarne la consacrazione fu il campionato del mondo di Villach (Austria): Roche aveva lavorato incessantemente per tutta la corsa a favore del compagno Sean Kelly ed era andato in fuga nell’azione decisiva solo per coprire il proprio connazionale. Attaccò a 500 metri dal traguardo e vinse con pochi metri di vantaggio sul gruppo. Con questo successo Rochè diventò il secondo ciclista nella storia a vincere le tre gare nello stesso anno, dopo Eddy Merckx nel 1974: sua, in quell’anno, fu anche la Coppa del Mondo UCI.

Al termine di una stagione del genere, Roche annunciò l’ennesimo cambio di squadra, dalla Carrera Jeans alla Fagor-MBK, portandosi con sé alcuni compagni di squadra tra cui gli inglesi Sean Yates, Malcolm Elliot e. il più volte vincitore della maglia a pois del Tour de France, Robert Millar oltre al fedele gregario Eddy Schepers. La stagione 1988 cominciò male con il riacutizzarsi dell’infortunio al ginocchio che ne decretò il definitivo declino. Ancora molte le vittorie collezionate da un campione dalla forza di volontà inossidabile, con la maglia della Histor Sigma, della TonTon Tapis GB ed ancora una volta la Carrera. Si ritirò dal professionismo alla fine della stagione 1993.

Oggi, Stephen Roche vive in Francia e gestisce un albergo, il “Roche Marina Hotel” a Villeneuve-Loubet, sulla Costa Azzurra dove organizza campi di allenamento per ciclisti sull’isola spagnola di Maiorca. Prezioso anche il suo apporto come commentatore ciclistico sul canale televisivo Eurosport. Sposato con Lydia, ha due figli uno dei quali, Nicolas Roche, è professionista con la AG2R La Mondiale.

Roubaix, 5 nuovi tratti di pavé Resta la foresta di Arenberg

Fango, pioggia e pavé. La Paris-Roubaix promette spettacolo anche quest’anno. La mitica corsa si svolgerà il 10 aprile con molte novità. Innanzitutto è stata riconfermata il temuto tratto della foresta di Arenberg. A questo si aggiungeranno cinque nuovi settori di scivoloso pavé che in caso di maltempo, come spesso è accaduto nelle passate 107 edizioni, trasformeranno la gara nel solito girone dantesco. Tre delle nuove tratte reintegrano il tracciato nella zona cittadina, intorno a Valenciennes. E poi entra in gioco la Millonfosse, 1,4 km di pavé nuovo di zecca dove si prevedono accelerazioni e spettacolo.

ELIMINATI TRE SETTORI — In totale, un’avventura di 159 chilometri, gli stessi di un anno fa. Sono stati eliminati tre settori (Verchain-Maugré, Hornaing e Warlaing), e soprattutto sei chilometri di asfalto. Troppi i dieci del 2010, secondo gli organizzatori che vogliono evitare raggruppamenti e impedire che i leader ritrovino i compagni privando di emozioni il mitico “inferno del Nord”.

“Vincere il Giro senza doping è possibile
Riccardo Riccò fissa l’obiettivo numero 1 per il 2011. Per il Cobra, che ha firmato con la Vacansoleil e che si sta allenando con i tecnici de Centro Mapei del compianto Aldo Sassi. Il prossimo sarà l’anno del rilancio. E Riccò punta tutto sulla corsa rosa. “Il Giro è il mio obiettivo prioritario – ha detto al quotidiano belga La Dernière Heurè -. Certo che voglio vincere, ma mi accontenterei di un posto sul podio. È molto, molto dura. Ma si dice ogni volta. In Italia ci sono un sacco di salite difficili e ogni anno ne mettono qualcuna in più, ma alla fine sono i corridori che fanno la corsa”. “Sì, vincere il Giro senza doping è possibile – ha concluso Riccò -. Ma per riuscirci bisogna lavorare duro e in modo corretto”

“Lo spirito di Aldo Sassi è ben presente nel Centro Mapei. Lavoro con persone che hanno collaborato con lui e utilizzano i suoi metodi. Lavorare con Aldo ha fatto un sacco bene alla mia immagine, è vero. Ma voglio soprattutto raccogliere i frutti di questo lavoro”

la scommessa di Sassi — RIccardo Riccò è stato l’ultima scommessa di Aldo Sassi, preparatore di tanti campioni scomparso nel dicembre scorso. “Aldo è morto, purtroppo. Ma il suo spirito è ancora ben presente nel centro Mapei – ha dichiarato Riccò -. Lavoro con persone che hanno collaborato con lui negli ultimi quindici anni e che utilizzano i suoi metodi. Lavorare con Sassi ha fatto un sacco bene alla mia immagine, è vero. Ma voglio soprattutto raccogliere i frutti di questo lavoro. Prima mi allenavo in base alle mie sensazioni, al feeling che avevo. Ora seguo un programma preciso e un metodo di preparazione. Sto scrivendo un nuovo capitolo del libro della mia carriera”.

esordio alla marsigliese — La stagione di Riccardo Riccò scatterá dal Gp la Marsigliese a inizio febbraio. Nella sua agenda ci sono anche il Giro del Mediterraneo e la Parigi-Nizza, classiche come la Milano-Sanremo, l’Amstel Gold Race, la Freccia Vallone e la Liegi-Bastogne-Liegi. Riccò non chiude nemmeno la porta a un suo possibile ritorno al Tour de France: “Faremo il punto dopo il Giro d’Italia”.

Il team RadioShack
L’ultima “replica” di Lance Armstrong: al di fuori degli Stati Uniti dovrebbe avvenire la prossima settimana, in Australia, dove prenderà il via il Tour Down under, ovvero la prima prova del world tour 2011. La sua squadra, la RadioShack è alla ricerca di un leader: in un organico pieno di uomini di esperienza di grande spessore si fa fatica a individuare un “faro”. Del resto, dopo Lance Armstrong chi mai potrebbe prendersi tale responsabilità in squadra?

Tanti buoni corridori, dunque, che potrebbero vincere molto: Leipheimer, Kloden, Zubeldia e Horner sono uomini di grande esperienza, sempre temibilissimi e in grado di puntare a grandi traguardi, ma l’età avanza anche per loro. Una zampata da parte loro aspettiamocela.

E i giovani? Rovny, Kwiatkowski e Ben King hanno ancora bisogno di crescere. Ci vuole tempo. il neo acquisto Manuel Cardoso, tuttavia, pare più maturo degli altri. Tra i nuovi arrivi, attenzione al “vecchio” McEwen: Robbie era dato per finito, ma l’indole dell’australiano è da grande lottatore. Già da questo mese, nel Tour Down under sarà in prima fila a sgomitare con Cavendish e Greipel. Per le volate, poi, c’è anche il belga Steegmans che deve dimostrare di non essere soltanto una grande promessa mancata.

Tra i più attesi, soprattutto nelle corse a tappe, occhio a Janez Brajkovic: altri spunti è difficile trovarne. Per le classiche, la RadioShack ha ingaggiato anche il sudafricano Robert Hunter, reduce da qualche stagione non proprio esaltante, ma con ancora voglia di dimostrare qualcosa di buono. Italiani? Zero. C’è un quasi italiano, si chiama Yaroslav Popovych, vecchia conoscenza ancora in circolazione e con ancora qualche “chance” da giocarsi in qualche gara o per i successi di tappa in una grande corsa a tappe.

Danilo Di Luca ha firmato per la Katusha
Danilo Di Luca ha firmato oggi un contratto annuale con il Team Katusha. L’accordo è stato siglato con il presidente del sodalizio Russo Andrei Tchmil in un evento organizzato all’istituto Cavanis di Possagno, provincia di Treviso, grazie al supporto di Don Marco Pozza, il sacerdote maratoneta che già un mese fa aveva portato il corridore abruzzese a parlare della sua esperienza davanti a 500studenti del trevigiano (presenti tra l’altro anche oggi). Si completa così l’organico (30 corridori) della formazione World Tour che verrà presentata il prossimo 26 gennaio a Mosca.

Dal 18 gennaio le prime corse con i corridori italiani: Basso in Argentina al Tour de San Luis, Bennati al Down Under in Australia. Dal 23 Sella al Giro di Malesia. Lampre divisa tra Australia e ritiro a San Vincenzo. Visconti e la Farnese-Neri al lavoro a Sperlonga

Sono le ultime settimane di riposo prima del via. La stagione è ormai alle porte e i primi a partire saranno quelli che parteciperanno nel mese di gennaio al Down Under, al Tour de San Luis e al Giro di Malesia. Ecco come si stanno preparando le principali squadre del ciclismo, con particolare riferimento a quelle dei corridori italiani più importanti.

BASSO E NIBALI — Il 10 gennaio la Liquigas-Cannondale verrà presentata ufficialmente a Milano. Dal giorno dopo i corridori – che hanno già sostenuto due fasi di allenamento congiunto tra Passo San Pellegrino e Olbia – si divideranno in più gruppi. Dall’11 al 22 gennaio Vincenzo Nibali tornerà in Sardegna per proseguire la preparazione in vista dei primi appuntamento stagionali. In Australia, al Cancer Council Classic e al Tour Down Under (18-23 gennaio), vedremo invece in azione tra gli altri Sabatini, Viviani e Ponzi. Ivan Basso debutterà in Argentina, al Tour de San Luis (dal 17 al 24), in compagnia di Capecchi, mentre Daniel Oss e Jacopo Guarnieri sono a Calpe, nel sud della Spagna.

Filippo Pozzato, 29 anni, con la nuova maglia della Katusha
POZZATO E PAOLINI — Dal 10 al 24 a Calpe, città spagnola della provincia di Valencia che ha già ospitato il primo stage della squadra, ci sarà anche la Katusha guidata da Filippo Pozzato e Luca Paolini. La squadra russa verrà presentata ufficialmente a Mosca il 26 gennaio.

CUNEGO E SCARPONI — Il primo appuntamento della Lampre per il 2011 è la partenza per l’Australia, fissata per il 7 gennaio, in vista del Down Under. La squadra sarà composta da Balloni, Bono, Buts, Loosli, Mori, Righi e Spezialetti. Dal 18 al 28 gennaio Cunego, Scarponi e i restanti corridori (ai quali si uniranno negli ultimi giorni gli atleti rientranti dall’Austalia) saranno in ritiro a San Vincenzo presso il Residence Riva degli Etruschi. Da qui, partenza di una formazione (con Cunego) per il Giro della Provincia di Reggio Calabria.

Giovanni Visconti, classe 83, è campione italiano.
VISCONTI E SELLA — Questi i programmi della Farnese-Neri del campione italiano Giovanni Visconti: dal 7 al 14 gennaio training camp a Sperlonga, nei pressi di Latina. Per l’Androni di Savio e Bellini Tour de San Luis con Ferrari, Rodriguez e Serpa (secondo dietro Nibali nel 2010); un altro gruppo sarà di scena dal 23 in Malesia (Sella, D’Amore e Barla) mentre dal 29 gennaio altri 6 corridori più due reduci dall’Argentina dovrebbero partecipere al Giro della provincia di Reggio Calabria.

LE ALTRE — Il Team Geox-Tmc con Sastre e Menchov si radunerà a Tarragona per il secondo raduno prestagionale. Domani, 6 gennaio, verrà presentato il Team Luxembourg dei fratelli Schleck, di Fabian Cancellara e Daniele Bennati, che tra qualche giorno partirà per il Down Under.

Freire abbandonerà dopo Londra

Oscar Freire, il campionissimo spagnolo di ciclismo, ha deciso che si ritirerà a fine 2012, dopo i Giochi olimpici di Londra. Una decisione che a questo punto posticipa l’idea di lasciare a fine 2011, intenzione che il velocista aveva fatto trasparire durante gli ultimi mondiali in Australia. Il sogno di Freire è contendere l’oro al favorito numero uno, l’inglese e quindi padrone di casa Mark Cavendish. «Se non avro’ problemi fisici nel corso del 2011, sicuramente andrò avanti anche nel 2012 – ha dichiarato il tre volte campione iridato -. Partecipare alla corsa olimpica è un qualcosa che da grande motivazione a ogni sportivo, perché l’Olimpiade è un’esperienza particolare. Ti da la possibilità di conoscere altri sportivi, di stare a contatto con loro. L’Olimpiade è un’esperienza da vivere (l’ha già vissuta 3 volte, ndr) io spero di viverla ancora a Londra. Per cui la mia intenzione è quella di posticipare il ritiro, almeno al dopo Londra 2012».

Oscar Freire Gomez (Torrelavega, 15 febbraio 1976) corre per la Rabobank. In carriera ha vinto tre Campionati del mondo, tre Milano-Sanremo, una Vattenfall Cyclassics, una Gand-Wevelgem, una Parigi-Tours, tre tappe al Tour de France e sette alla Vuelta a España. Si è aggiudicato anche la maglia verde al Tour de France. Risiede a Coldrerio, comune svizzero del Canton Ticino.

Un anno di ciclismo, Basso-Nibali, l’Italia c’è
Dodici mesi di emozioni che hanno dato all’Italia due dei tre grandi Giri. Dalla maglia rosa di Ivan Basso alla rossa di Vincenzo Nibali, passando per la doppietta Fiandre-Roubaix di Cancellara e il Lombardia di Gilbert

Un anno di ciclismo, dodici mesi di emozioni che dopo due stagioni di digiuno esaltano la tradizione italiana. Il rosa di Ivan Basso si mescola al rosso di Vincenzo Nibali. Giro e Vuelta, come non accadeva dal 1981 (Battaglin). Due risultati talmente nitidi e preziosi da cancellare lo zero nella casella delle classiche alla voce “vittorie italiane”: l’ultimo a conquistare un “monumento” – quello del Giro di Lombardia – è stato Damiano Cunego nel 2008. Ecco il riassunto di dodici mesi di ciclismo, per immagini e parole.

SUBITO LO SQUALO — Gennaio apre il 2010 di Vincenzo Nibali. In Argentina lo squalo conquista il Tour de San Luis, la corsa che contribuirà a rinvigorirne la sicurezza e amplificarne il talento. La prima vittoria italiana del 2010 arriva da un suo compagno di squadra, Francesco Chicchi, pilotato proprio dal messinese nella volata di Villa Mercedes. Sarà l’inizio di un viaggio felicissimo per la Liquigas.

Franco Ballerini è scomparso il 7 febbraio. Bettini CASA PETACCHI — Cioè Donoratico, Gp Costa degli Etruschi. Ale-Jet stravince la corsa che apre il calendario italiano davanti a Loddo e Sabatini. E’ il sesto successo di fila. Nello stesso mese Bennati vince in Qatar, ma la stagione dell’aretino non sarà fortunata. A Ginanni va invece il Laigueglia. Febbraio però verrà ricordato per la tragica scomparsa di Franco Ballerini, ucciso da un incidente durante un rally a Larciano.

OSCAR FA TRIS — Marzo è il mese della Classicissima. Al Mondiale di Primavera tutti aspettano Boonen, Petacchi e Bennati. Ma vince Oscar Freire, a modo suo, sbucando dal nulla, senza treno, senza sgomitare. E’ il terzo successo a Sanremo della sua strepitosa carriera. Qualche giorno prima Stefano Garzelli aveva strappato a Michele Scarponi la classifica finale della Tirreno-Adriatico: stesso tempo, finale emozionante, lo scettro dei Due Mari diventa questone di piazzamenti. Harelbeke, tradizionale test per le classiche del Nord, rivela la condizione di Fabian Cancellara. La sua sarà una marcia trionfale.

Fabian Cancellara e Tom Boonen al Giro delle Fiandre. Bettini IL MESE DI SPARTACUS — 4 aprile, Grammont, Giro delle Fiandre. L’immagine stringe su due uomini: Fabian Cancellara e Tom Boonen. Il primo sta per accelerare, il secondo resterà sui pedali. Per lo svizzero è il primo trionfo nella corsa dei Muri. Una settimana dopo la scena si ripete tra i mulini, le strade in pavè, l’atmosfera impareggiale della Roubaix. Spartacus si prende anche l’applauso del vélodrome. A Pozzato, settimo e primo degli italiani, il premio in ricordo di Ballerini. L’Amstel diventa terreno di caccia di Philippe Gilbert. Non sarà l’unico alloro del 2010 per il belga dell’Omega Pharma-Lotto. In Trentino Riccardo Riccò accarezza la prima grande vittoria dal giorno del suo rientro, ma viene battuto per 12 secondi da Alexandre Vinokourov, il kazako che il 25 a Liegi raccoglie la più grande affermazione della sua seconda carriera, condita da qualche fischio indigesto.

ARENA ROSA — Il Giro 2010 scatta da Amsterdam l’8 maggio e svela da subito il tratto principale della sua storia: l’imprevedibilità. Vento, cadute, ventagli in Olanda. Pioggia, freddo, fango nei primi giorni in Italia. E poi L’Aquila, con la fuga dei 56, e una rincorsa culminata sul Monte Zoncolan e sull’Aprica. Fino al giorno rosa, il giorno dell’Arena e del debito saldato con il destino di Ivan Basso. Felice come quattro anni prima. A Verona il podio è completato da Arroyo e Nibali. Evans – fiaccato dalla febbre da L’Aquila in avanti – è quinto, con la perla di Montalcino.

IL tour — Sempre Nibali, stavolta in Slovenia, primo a giugno davanti a Giovanni Visconti, che il 26 dello stesso mese indossa la maglia di campione italiano a Conegliano. Il Tour de France parte il 3 luglio da Rotterdam con Fabian Cancellara prima maglia gialla. E’ scritto che il successo del 2010 debba essere una questione a due: Alberto Contador da una parte, Andy Schleck dall’altra. Lo spagnolo ha la meglio per 39 secondi, tra qualche polemica, un fair play tradito e poi ostentato, e nemmeno un sospetto su quello che sarebbe accaduto due mesi dopo, ovvero l’esplosione del caso clenbuterolo. A Parigi sorride anche Alessandro Petacchi, maglia verde per la classifica a punti. In Austria Riccò sbatte contro una moto nella crono ma riesce a portare a casa la maglia da leader: chiuderà la stagione con 6 successi e una nuova squadra da ProTour, la Vacansoleil.

Vincenzo Nibali sul podio della Vuelta: è il 19 settembre. Bettini ROSSO NIBALI — Il Giro del Veneto entra nel palmares di Daniel Oss consegnando al miglior emergente del nostro ciclismo il successo che meritava. Nello stesso giorno, il 28 agosto, Vincenzo Nibali si mette in marcia da Siviglia intraprendendo un’avventura che lo porterà sulla Bola del Mundo a quota 2.247 e sulla passerella di Madrid riservata al numero uno, 20 anni dopo il successo di Giovannetti. A furor di popolo lo squalo viene inserito nella squadra azzurra per il Mondiale di Melbourne, primo impegno da c.t. per Paolo Bettini. Pozzato, leader unico, è quarto con mille rimpianti sul tracciato di Geelong che consegna la maglia iridata a Thor Hushovd (3 ottobre). L’Italia torna a casa con la meravigliosa volata di Giorgia Bronzini, punto più alto di un’eccellente prova di squadra delle ragazze del c.t. Salvoldi. Nella prova a cronometro storico poker di Cancellara.

OTTOBRE — Il mese di Gilbert, esattamente come nel 2009. Gran Piemonte e Giro di Lombardia, conquistati con una dimostrazione di forza straordinaria. Il Lombardia parte da Milano per la prima volta dopo 26 anni ma incontra una giornata tremenda: fredda e piovosa dal primo all’ultimo chilometro. Scarponi, quarto al Giro per 13″, a tutta da febbraio a ottobre, resiste finché può. Deve arrendersi a un campione vero. E’ l’ultimo lampo di un 2010 che ha riportato l’Italia della bici tra le potenze del ciclismo mondiale. In attesa delle prossime sfide.

Un grande campione ” Bernard Hinault “
Bernard Hinault nasce nel 1954 a Yffiniac ( Francia ). E’ stato uno dei più grandi campioni del ciclismo. Atleta completo, in grado di vincere tutte e tre le maggiori corse a tappe, oltre a diverse ed importanti classiche ed un Campionato del mondo. Diventa professionista nel 1975 ottenendo, nella prima stagione, una vittoria ed alcuni interessanti piazzamenti. Nell’anno successivo trionfa quattordici volte e si piazza sesto al Campionato del mondo. Nel 1977 ottiene dodici vittorie tra cui da segnalare: Gand-Wevelgem, Liegi-Bastogne-Liegi ed il Gran Premio delle Nazioni. Nell’anno successivo riesce a trionfare ben ventisette volte tra cui: Tour de France ( con tre vittorie di tappa ), Vuelta a Espana ( con cinque vittorie di tappa ), Campionato di Francia, Critérium National, Gran Premio delle Nazioni. Nel 1979 grande stagione, trentasei ( 36! ) vittorie, di cui vanno ricordate: Freccia Vallone, Giro della Lombardia, Tour de France ( con sette vittorie di tappa! ), Gran Premio delle Nazioni. Nella seguente stagione altri ventidue trionfi: su di tutte Liegi-Bastogne-Liegi, Campionato del mondo, Giro d’Italia e Giro di Romandia. Nel 1981 ancora una stagione di primo piano

( trentatrè vittorie! ): ancora Tour de France ( con cinque vittorie di tappa ), Parigi-Roubaix, Amstel Gold Race. Nell’anno successivo altre venticinque vittorie tra cui Tour de France ( con quattro vittorie di tappa ), Giro d’Italia ( con quattro vittorie di tappa ), Gran Premio delle Nazioni. Tra il 1983 ed il 1985 altri ventotto successi tra cui vanno sicuramene ricordati: Freccia Vallone, Vuelta a Espana, Giro d’Italia e Tour de France. Nel 1986 la sua ultima stagione con diciassette successi! Lascia da campione, con una carriera che attraverso i numeri parla da sè: 215 vittorie. Campione dal grande carattere, ciclista completo, intelligente nel leggere le gare. Indubbiamente un campione che ha lasciato il segno.

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Storia di Bernard Hinault

E’ uno dei massimi campioni che il ciclismo possa vantare per la completezza del palmares e per la dimostrazione di forza e sicurezza emerse in occasione delle gare a tappe che è riuscito a vincere (in tutto sono 29). Se in corsa ha dato prova di una non comune fermezza di carattere, come uomo ha mostrato una determinazione sbalorditiva fissando con oltre cinque anni di anticipo la fine della sua carriera e rispettando puntualmente la scadenza, per cui a 32 anni (ancora vitale e vincente e, soprattutto, personaggio numero uno del ciclismo) ha chiuso l’attività agonistica come aveva preannunciato.

Vanta una serie di primati-curiosità estremamente significativi: è il solo corridore che abbia vinto Tour, Giro e Vuelta alla prima partecipazione; non ha conosciuto sconfitta nel Giro d’Italia (tre vittorie in tre dispute); come Coppi e Merckx ha vinto per due volte sia il Giro che il Tour; come Anquetil ha vinto nello stesso anno Vuelta e Tour; come Bobet e Merckx ha vinto il Tour indossando la maglia iridata; come Merckx in uno stesso Tour ha vinto Gran Premio della Montagna e classifica a punti, oltre a quella a tempi.

Soprannominato il “tasso” per il suo comportamento “abbottonato” ha dato splendide dimostrazioni della sua superiore personalità in occasione di alcune delle sue più grandi vittorie, fra le quali spiccano il Campionato del mondo dell’80 sul durissimo circuito di Sallanches dove spadroneggiò dall’inizio alla fine concludendo con un vantaggio di 1’01″ su Baronchelli G.B. e di 4’25″ su Fernandez Juan; la Gand-Wevelgem e la Liegi-Bastogne-Liegi ’77, le sue prime grandi affermazioni, nelle quali fece sfoggio di un’aggressività schiacciante.

Se nelle prove a tappe si è dimostrato pressoché imbattibile ha altresì dimostrato una completezza delle sue qualità che gli hanno consentito di primeggiare su ogni percorso. Una quarantina di vittorie a cronometro, vittorie in arrivi in salita o allo sprint davanti a velocisti di rango, la vittoria nella Parigi-Roubaix, corsa che non piaceva al campione bretone, danno la prova delle sue notevolissime doti e gli hanno consentito a fine carriera di mettere insieme un palmares con più di 200 vittorie.

E’ stato grandissimo anche per aver superato, come provano le vittorie nel Giro e nel Tour ’85, il grave handicap di un intervento chirurgico a un ginocchio, operazione che per altri è stata di irreversibile condanna.

Un carattere deciso, aperto e sincero, per un corridore che è stato fra i più intelligenti sia per il comportamento in corsa che fuori. E’ anche per questo che quando è sceso di bici ha trovato posto immediatamente nello staff che organizza il Tour e le altre maggiori prove francesi.

Bernard Hinault

Uno dei più grandi di sempre, uno che vinceva, ma soprattutto rivinceva e rivinceva ancora. Bernard Hinault, uno di quelli che resteranno a vita nell’olimpo del ciclismo. Nato in Bretagna ad Yffiniac nel 1953, in piena era Bobet. Comincia a correre nel 1969 catapultandosi su tanti e tanti successi giovanili. Nel 1972 è campione bretone mentre due anni dopo veste per la prima volta la maglia di campione francese in pista, nell’inseguimento. Passa professionista nel 1975 con la maglia della Gitane guidato da Jean Stablinski, l’unico successo importante arriva in pista col titolo francese nell’inseguimento, ma l’idillio con l’iridato dl 1962 non c’è. Dalla stagione successiva diventa ds Cyrille Guimard che ha smesso di correre proprio alla Gitane. Siamo nel periodo in cui in Francia esplode Thevenet e la stella di Merckx comincia ad offuscarsi. Niente di trascendentale nemmeno nel 1976. Bernard si mette spesso in mostra, arrivano 8 successi minori, ma si parla di lui come un talento. La svolta arriva nel 1977. Con Guimard l’intesa è forte e finalmente arriva risultati importanti. Hinault esplode nelle classiche portandosi a casa la Gand Wevelgem e la Liegi Bastogne Liegi. Si parla di lui come di un atleta da classiche, anche se tutti si ricredono quando il Bretone si porta a casa il Giro del Delfinato ed il Gp delle Nazioni a cronometro. Nel 1978 annuncia che prenderà finalmente parte alle corse a tappe; Vuelta e Tour. La squadra diventa Renault Gitane (l’idillio rimarrà fino al 1983). Comincia vincendo il Criterium Internazionale e sfiorando la Parigi Nizza. Partecipa alla Vuelta e stradomina: vince il prologo a Gijon, la breve crono di Barcellona, le tappe di La Tossa, Logrono e Amurio. Purtroppo la Vuelta che avrebbe dovuto terminare a San Sebastian vede l’epilogo annullato per una manifestazione dell’Eta. Da allora la Vuelta non andra mai più nei Paesi Baschi. In classifica stacca di 3’02” Pesarrodona. Dalla Vuelta al Tour. Il suo stile di corsa furbo e sornione gli ha portato un soprannome interessante e spiritoso ‘Le Bleireau’..Il Tasso. Al Tour tutti aspettano Thevenet, Kuiper, Zoethmelk ed invece Bernard che veste la maglia di campione nazionale batte tutti. Il primo colpo lo da nella tappa a cronometro di S. Foye le Grande. Nella storica tappa di Val d’Agen guida la rivolta dei corridori per la cattiva gestione di partenze e arrivi. Il gruppo con lui in testa arriva e taglia il traguardo a piedi. Vince ancora a S. Etienne, ma in classifica è attardato. All’Alpe D’Huez vince Pollentier in maglia a pois, prende la maglia gialla ma viene squalificato perché positivo al doping. La tappa va a Kuiper e Hinault, secondo rientra in classifica. Nella crono di Nancy fa doppietta; tappa e maglia, e vince il Tour. Al mondiale va in fuga con Saronni ma l’azione sfuma. Nel 1979 ecco il secondo Tour. Vince la Freccia Vallone ed ancora il Delfinato. Bernard, ormai un capo del gruppo, quel Tour lo uccide. La corsa che prevede i Pirenei nella prima settimana è annichilita. Vince la tappe a Superbagneres, Pau, Bruxelles, Avoriaz, Dijion, Nogent sur Marne e Parigi. Proprio sui Campi Elisi risponde ad una provocazione di Zoethmelk attaccando, i due arrivano soli e Bernard vince anche li. Rifila ben 13 minuti all’olandese (anche se 10′ gli sono stati inflitti perchè positivo all’antidoping). A fine stagione al Lombardia da spettacolo: va in fuga a 90 km dall’arrivo portandosi dietro Contini: il gruppo, dopo essersi disinteressato della fuga per un pò, forza per riprenderli ma non ci riesce; Contini non gli da neanche un cambio e ciò nonostante all’arrivo non ha nemmeno la forza per tentare la volata.

Gli manca il Giro d’Italia, obiettivo del 1980. prima però compie una azione da leggenda nella Liegi Bastogne Liegi. Sulle cotes piove, nevischia. Il tasso se ne va e stacca tutti. Arriva a Liegi con 9’24” su Kuiper. Vince anche il Giro di Romandia e si presenta al Giro contro Saronni, Moser e gli altri. Lascia sfogare Moser nel prologo di Genova e Saronni che vince di seguito ad Imperia, Torino e Parma. Nella crono di Pisa detronizza in rosa Moser salvo lasciare a Marcussen il successo parziale. Non è ancora tempo di tenere la maglia ed a Orvieto la lascia a Visentini. Resta sempre sornione a studiare le pieghe della corsa fino alla 14^ tappa che termina in Abruzzo a Roccaraso. Va in fuga con Panizza sul Rionero Sannitico, vince la tappa, ma la maglia va all’esperto Panizza. Nell’arrivo in salita a Pecol Valzoldana Panizza guadagna qualche secondo ma Bernard ha messo a punto un piano diabolico: nella Cles-Sondrio manda in fuga sullo Stelvio il compagno Jean Renè Bernardeau, lo raggiunge, staccano tutti e giungono a Sondrio con 4 minuti sulla maglia rosa. Bernardeau vince la tappa, Hinault il suo primo Giro. In 3 anni ha vinto tutte e tre le grandi corse a tappe. Al Tour si ritira in maglia gialla. Siamo a Pau; ufficialmente Bernard va a casa per problemi ad un ginocchio, pare però che ci sia qualche mistero. Minacce, doping. Nessuno saprà mai. Vuole il mondiale che si corre a Sallanches, su un circuito che la leggenda vuole scelto proprio da Hinault. La mattina della partenza si presenta dal massaggiatore con una bottiglia di Champagne e gli dice: “Mettilo al fresco che stasera festeggiamo la maglia iridata”. Sin dal mattino il bretone si piazza davanti a fare l’andatura. Il gruppo si sgretola e nel finale restano in pochi. Ultimo giro. Hinault è solo sul Mont Domancy con uno splendido Gibì Baronchelli a ruota che però non può nulla. Si stacca e quello spumante all’arrivo viene stappato eccome. Hinault è Campione del Mondo. Il tasso è padrone. Gestisce lui il gruppo. Un giorno ad una tappa del Delfinato ’81 urlò: “Oggi nessuno attacchi ultima salita, altrimenti lo mando a casa”. Roche, giovanotto irlandese attaccò. Bernard lo andò a prendere. Lo staccò e mando una decina di atleti (tra cui Roche) fuori tempo massimo. Il 1981 inizia con la scommessa Roubaix. In maglia iridata Hinault (che detestava la corsa) decise di vincerla. “La odio ma sono francese ed è giusto che la corra. La vinco così poi non la farò mai più”. Detto e fatto. Arrivano in volata in 5 ed il campione del mondo li batte tutti. De Wlaemick e Moser compresi. Vince il Delfinato (a cui si riferisce l’episodio sopra) e va al Tour per vendicare l’80 e fare tris. Altro dominio. Vince il prologo sulla Promenade des Anglais a Nizza, vince la crono di Pau, quella di Mulhouse e stacca tutti nel tappone di Le Peynet. Chiude col successo nell’ultima crono a Fontaney. Van Impe lo accompagna sul podio con oltre 14 minuti di distacco. Iniziano i paragoni con Merckx. Una cosa è certa. Quello che vuole Hinault lo vince. Ai mondiali è terzo dietro Maertens e Saronni. Nel 1982 si ritrova in squadra un certo Greg Lemond. Il francese rivuole il Giro. Senza grossi colpi in precedenza è proprio il Giro il primo appuntamento e già nel cronoprologo a squadre di Milano veste la maglia gialla grazie al dominio della sua Renault. La lascia ai suoi compagni Bonnet e Fignon salvo poi riprendersela nella crono di Assisi. La cede senza problemi ad un Moser pimpante che la porta fino a Campitello Matese dove il bretone la riveste. Hinault controlla senza problemi, passa indenne il Monte Grappa nella tappa di S.Martino di Castrozza ma nella tappa di Boario Terme, sul Croce Domini subisce l’attacco di Contini, Prim e Baronchelli, tre della Bianchi, con Van Impe. La tappa è di Contini e Hinault perde la maglia rosa. Nella breve tappa successiva, verso Montecampione, il bretone scappa subito, stacca Contini e vince. Contini che perde la maglia rosa è ora secondo. Nella tappa storica Cuneo-Pinerolo nessuno lo attacca. Arriva il gruppo dei migliori (in 20!!), vince Saronni e la maglia rosa è seconda. La vittoria nella conclusiva tappa a crono da Pinerolo-Torino gli regala il secondo Giro davanti a Prim e Contini. Vince il Giro di Lussemburgo e va al Tour. Lo schema è quello di sempre; bastonate a cronometro e grandi difese in montagna. Vince le tappe di Bale, la crono di Martigues e quella di S. Priest. Salite come Orcieres Merlette o L’ Alpe d’Huez non lo preoccupano. Nell’ultima tappa a Parigi si inventa una volata splendida e batte tutti. Vince il quarto Tour in 5 anni con 6’21” su Zoetemelk. Terzo il giovane Van der Velde. Nel 1983 nascono problemi. Vince la Freccia Vallone, ma durante la Vuelta ha problemi ad un ginocchio. In Spagna prende la maglia amarillo nella tappa di Castellar de N’Huc ma la perde a Vielha a favore di Lejarreta. Sembra finita per il dolore al ginocchio. Vince la crono di Valladolid e si riavvicina alla maglia che ora è di Fernandez. Ad Avila si riprende la maglia e vince la sua seconda Vuelta, da unirsi ai 4 Tour ed ai due Giri. Il suo 1983 finisce qui, il ginocchio va operato. Nel 1984 cambia squadra, sceglie una nuova formazione francese dove non avrà al fianco giovani scomodi (Fignon). La Vie Claire Terraillon. Il ginocchio è guarito ma la condizione non arriva. Al Tour è secondo, annichilito da Fignon. Vince il prologo di Montreuil, a cronometro si difende ma in salita paga troppo e Fignon lo strabatte e gli rifila 10 minuti. A fine stagione da ampi segnali di ripresa vincendo il Trofeo Baracchi con Moser, il Gp Nazioni e soprattutto il Giro di Lombardia, dove stacca tutti sul San Fermo e plana su Como. All’arrivo si volta per cercare gli inseguitori, incrocia lo sguardo di Torriani che esulta con lui. Hinault è tornato. Annuncia che correrà ancora per due anni e che a fine 86 smetterà. Prima però vuole il quinto Tour anzi; la sua terza doppietta col Giro. La sua stagione è imperniata su questi due eventi. In squadra ritrova Greg Lemond, deciso a lasciare la Renault, troppo imperniata su Fignon. Al Giro Bernard lascia sfogare gli Italiani, ma a Selva di Valgardena mette una bella ipoteca sulla corsa. Va in fuga con Visentini, Baronchelli, Seiz e Lejarreta. Termina secondo alla ruota di Seiz e lascia che Visentini prenda la maglia. Nella crono di Maddaloni rifila 53″ a Moser e detronizza Visentini. Il Giro è nelle sue mani. Moser si prende qualche abbuono agli sprint, ma Hinault è sempre li. Il Giro non offre grandi salite; da Domodossola a S. Vincent sul Sempione e sul Gran San Bernardo non succede nulla così come verso Gran Paradiso (in realtà l’arrivo era a Valnontey). Decide la crono di Lucca che Moser vince ma con soli 7” su Hinault che vince il suo terzo giro con 1’08” su Francesco. Terzo è Lemond a 2’55”. Durante la crono finale Bernard trova chiodi sulla strada e subisce sputi dai tifosi di Moser. Al momento minimizza ma non verrà più a correre in Italia. Ed ora affronta il Tour dove gli avversari si chiamano Lemond (suo gregario) e Delgado (giovane ed ancora acerbo). Vince subito il prologo di Plumelec ma cede la maglia e non la riprende nemmeno nella cronosquadre vinta dalla sua Vie Claire. Nella crono di Strasburgo (75 km) batte Roche di 2’20” e va ad ipotecare anche il Tour. Sulle alpi si difende mettendo un altro vantaggio su Lemond a Morzine Avoriaz dove lascia la vittoria ad Herrera. Ha 5 minuti su Greg ed i Pirenei paiono una formalità. Nell’arrivo di S. Etienne in volata Hinault cade e si frattura il setto nasale. Riparte e soffre. Verso Luz Ardiden non respira ed arriva a 4 minuti da Lemond che non lo attacca. Va meglio sull’Aubisque sempre scortato da un Lemond che vincerà di 7″ la crono al Lac de Vassiviere. Hinault fa cinquina al Tour con 1’42” su Lemond, suo alleato soprattutto dopo S. Etienne. L’ultimo suo anno è l’86. Un unico solo obbiettivo, nonostante la promessa fatta a Lemond di aiutarlo a vincere per ripagarlo dell’aiuto dell’anno prima, diventare il primo atleta a vincere 6 Tour. Comincia forte Bernard, comanda nella crono di Nantes e la tappa pirenaica di Pau lo vestono in giallo con 5 minuti su Lemond. Il giorno dopo verso Superbagneres Hinault vuole strafare e va in crisi verso Superbagneres. Lemond lo detronizza a Serre Chevalier (l’arrivo era al Col du Granon). I due litigano in corsa ma nella tappa dell’ Alpe d’Huez, arrivano da soli con la famosa immagine dell’abbraccio sul traguardo. Hinault vince la crono di S. Etienne, sul Puy de Dome non succede nulla di trascendentale e Lemond anticipa Bernard di oltre 3 minuti. A Parigi Hinault è quarto in volata e sale sul podio del Tour con la maglia a pois. Vuole i mondiali in casa di Lemond ma è marcatissimo (e Fignon e Mottet che fanno corsa per se) e la vittoria va ad Argentin. Lascia quando ha ancora qualcosa da dire. Bernard Hinault il tasso entra poi nella direzione del Tour, come consigliere tecnico e come responsabile del cerimoniale. Uno dei più grandi, uno che ha vinto ma soprattutto rivinto. 5 Tour, 3 Giri 2 Vuelte 1 mondiale, classiche su classiche e 4 Superprestige Pernod. Bernard le Bleireau.

Bernard Hinault il “Tasso”

Anche per il bretone Bernard, nato a Yffiniac, il 14 novembre 1954, si può parlare di fisico non eccezionale, a dimostrazione di quanto, spesso, tale componente non sia decisiva. Hinault, seppe collezionare 200 vittorie, 27 delle quali al Tour de France, dove indossò per 70 giorni la maglia gialla. Ciò gli valse il soprannome di “Tasso”, che non l’abbandonò mai. Secondo le opinioni ricorrenti, Bernard è stato il miglior ciclista francese di tutti i tempi, superiore quindi ad Anquetil, ma il sottoscritto non è d’accordo, perché pur vincendo diverse classiche in più rispetto al normanno ed un mondiale da mostro, nelle corse a tappe, di grandi avversari, il bretone, ne ha avuti troppi in meno. A parte Zoetemelck (comunque corridore che prendeva da Merckx a fine Grande Boucle, distacchi che stavano nell’intorno del quarto d’ora), gli altri, a cominciare da Moser e Saronni, era ciclisti che nei giri di tre settimane, valevano meno di taluni gregari o spalle dell’epoca precedente. Quando poi incontrò avversari veri, come l’ex gregario Fignon ed il giovane Lemond, perse anche in maniera clamorosa (vedi Tour 1984). Alla Vuelta vinse un’edizione, quella del 1983, perché tutto il mondo del pedale (compreso quel Saronni che non ho mai perdonato per questa vera e propria scorrettezza) si alleò con lui, contro Marino Lejarreta. Il suo ritiro al Tour del 1980, quando era maglia gialla, resta, appunto un giallo. Poi si presentò ai mondiali di Sallanches con quel “vestito” da marziano addosso. Ora, visto che si ragiona sempre e troppo con in mano gli albi d’oro, senza fotografare le epopee e le consistenze di queste, mi chiedo: con quattro o cinque grandi giri in meno chi sarebbe stato disposto a considerare Hinault, superiore ad Anquetil? Dunque, io appartengo al ristretto partito che vede il bretone tangibile e grandioso soprattutto per le classiche che ha vinto, ma nelle corse a tappe, rimarrò per sempre col forte dubbio, di un suo reale valore da “top cinque” di tutti i tempi. Anzi, non glielo metterei proprio! Se tra gli avversari oltre ai citati ci mettiamo i vari Kuiper, il vecchissimo Agostinho, il vecchio Van Impe, il vecchio Panizza, nonché i modesti se non addirittura semisconosciuti, come Alban, Martin, Winnen, o i non certo trascendentali, come il giovanissimo Van der Velde (si quello del Gavia, poi finito a fare il “topo di appartamenti”…) o lo svizzero Zimmerman….bèh allora ben si capisce che chi la pensa come me, non è fuori senno. Comunque, il certo fuoriclasse Hinault (non vorrei aver dato l’impressione del contrario), ha mostrato altro per essere considerato campionissimo e ne parlerò nel Graffiti a lui dedicato. Per ora ecco il suo stringato curriculum: 5 Tour e 3 Giri con due doppiette nello stesso anno, un mondiale, 2 Vuelta, 9 grandi classiche, 4 GP delle Nazioni. Numericamente, quanto basta per porlo al posto d’onore della storia, dietro a Merckx.

Bernard Hinault Il campione ribelle che agiva d’istinto

Rivista Tuttobici Numero: 10 Anno: 2002

Bernard Hinault

Il campione ribelle che agiva d’istinto

di Gino Sala

Il lettore che ha la bontà di seguirmi in questa rubrica avrà notato che la mia attenzione è principalmente rivolta ai corridori dal passato modesto, che hanno vinto poco o niente, ma sicuramente degni di essere menzionati. Con ciò penso di rendere giustizia a coloro che tanto si sono sacrificati per i loro comandanti in cambio di poche lire e di modeste citazioni.

Esprimo questo pensiero nel giorno in cui, facendo per così dire un’eccezione, i miei ricordi si soffermano su quello che è stato un campione con la C maiuscola, di nome Bernard e di cognome Hinault.

È stato proprio lui a dirmi che i cronisti erano in colpa perché freddi, staccati da storie bellissime che riguardavano i gregari. Mi trovavo al seguito del Tour e avevo con me un orologio che a nome del giornale per cui lavoravo (L’Unità) dovevo consegnare al corridore che a fine competizione ci onorava con un commento scritto e firmato di proprio pugno.

«È il minimo che possiamo fare» mi aveva detto Franchino Cattaneo, indimenticabile capo del personale che non vedo da tempo e al quale trasmetto calorosi saluti.

Hinault apprezzò il gesto accompagnando la stretta di mano con una frase che è viva nella mia mente. «I francesi mi criticano, gli italiani mi premiano…».

Erano tempi in cui il bretone dominava nelle competizioni a tappe confermando il giudizio di Alfredo Martini che all’inizio della carriera professionistica gli aveva pronosticato un luminoso avvenire.

«Vengo incolpato di agire senza ascoltare i consigli del direttore sportivo, per esempio di uscire dal gruppo dopo pochi chilometri di gara. Non è sempre così, però trovo giusto e bello lasciarmi guidare dall’istinto e respingo le critiche che mi vengono mosse dalla stampa nazionale. Ribelle sono e ribelle voglio rimanere. In tutti i sensi e col confronto dei risultati».

«Eh, sì: da voi mi osannano, in patria vanno a cercare il pelo nell’uovo. Tra i miei difetti avrei quello di non amare la Parigi-Roubaix ed è la verità perché si tratta di una corsa troppo pericolosa, dove una caduta può significare l’addio all’attività. Comunque disputerò la Roubaix con l’obiettivo della vittoria e poi basta perché insistere su quei maledetti sentieri potrebbe recarmi danni irreparabili».

Hinault è stato di parola, ha vinto la Roubaix del 1981 collocando il successo tra le sue 217 conquiste nell’arco che va dal ’75 all’ 86. Una pagella che gli assegna cinque Tour, tre Giri d’Italia, due Giri di Spagna, un campionato del mondo, due Liegi-Bastogne-Liegi, due Freccia Vallone e due Giri di Lombardia, perciò giù il cappello davanti ad un pedalatore del genere. Testardo, cocciuto, senza peli sulla lingua? Sì, e come dargli torto quando metteva in riga gli organizzatori del Tour, quando in segno di protesta per i numerosi e lunghissimi trasferimenti era alla testa del gruppo che negli ultimi cento metri scendeva dalla bicicletta e superava a piedi la linea del traguardo?

Un uomo di grande carattere in ogni sua esibizione, un ciclista che occupa un posto di primaria importanza nella leggenda del ciclismo, fortissimo e determinante per vari aspetti. Adesso lo vediamo sorridente ed elegante nello staff della “Grande Boucle” e direi che si è ammansito, ma sono certo che in cuor suo non accetta i voleri dei padrini del vapore, di Jean Marie Leblanc e compagnia, per intenderci. Ammansito dopo aver trasmesso valori che il gruppo di oggi non ha raccolto.

Il ritiro al Tour 1980 di Bernard Hinault “Le Blaireau”

Anche il Tour de France 1980 stava per essere stravinto da Bernard “Le Blaireau”, il Tasso, come era soprannominato forse per la sua misantropia, o forse per quello sguardo metallico, per quell’aspetto tozzo, sagomato e scolpito nella pietra viva, che regalava a chi lo guardava camminare e pedalare. Si, questo Tour stava per essere stravinto, come quelli del 1978, del 1979, come sarebbero stati stravinti quelli successivi nel 1981, 1982 e nel 1985. Hinault era fuggito dalla Grande Boucle e si era nascosto sulle montagne intorno al paese di Bernadette, intorno a Lourdes, dove da sempre si combatte per il primato del Tour: ora il Tourmalet, l’Aubisque, l’Aspin, il Peyresourde, quelle montagne che tante volte lo avevano visto protagonista di storiche imprese lo nascondevano e proteggevano. Ma cosa era successo veramente quella notte di mercoledì 9 luglio 1980? Come mai un campione come lui aveva deciso improvvisamente di abbandonare quello che avrebbe potuto essere (col senno di poi) il Tour di tutti i record, il sesto Tour vinto da quell’uomo di marmo, quel Tour che gli avrebbe consentito di diventare quasi sicuramente il più grande di tutti i tempi, regolando alla piazza d’onore gente come Merckx, Indurain, Anquetil e Armstrong? Facciamo un po’ d’ordine! Erano 12 anni che Hinault “le blaireau” giocava il ruolo di protagonista sulle strade di tutta Europa. In quei 12 anni di professionismo aveva indossato le maglie di parecchie squadre: Gitane, Gitane-Campagnolo, Renault-Gitane, Renault-Elf, La Vie Claire. Le sue vittorie parlano per lui: 5 Tour de France (78-79-81-82-85), 3 Giri d’Italia (80-82-85), 2 Giri di Spagna (78-83), Campione del Mondo nel 1980, Roubaix nel 1981, Gand nel 1977, Liegi nel 1977 e nel 1980, Freccia nel 1979 e nel 1983, Lombardia nel 1979 e nel 1984, 5 volte primo nel Nazioni a crono (77-78-79-82-84), Coppa del Mondo 79-80-81-82. Cosa dire di un tale palmares? Cosa dire di un uomo che pur odiando dichiaratamente la Corsa del Pavè, pur con la nausea, decise di correrla e vincerla solo per tacitare i giornalisti che lo punzecchiavano? Un bottino straordinario, forse troppo pesante da portare in giro per il mondo! Quella sera a Bagnerès de Luchon Hinault aveva gettato la spugna e deciso di abbandonare la corsa. Solo il suo coach Cyrille Guimard conosceva la verità già dal pomeriggio, e sapeva della sua volontà di lasciare l’albergo all’insaputa anche dei suoi fidati compagni di squadra. Cosa era successo quel pomeriggio fra Agen e Pau? Si parla di un improvviso risentimento ad un ginocchio, un vecchio e recidivo malanno per il quale l’unico rimedio avrebbe dovuto consistere in infiltrazioni di cortisone, considerato, allora come ora, doping dalle regole dell’UCI. Fatto sta che quella fuga improvvisa aveva alimentato immediatamente dubbi sulla effettiva e reale causa dell’abbandono di Bernard Hinault. Allora, si disse, aveva qualcosa da nascondere? Molti, ancora oggi, parlano apertamente di “couac”, di un Tour dell’inganno e della sceneggiata. In questa storia fatta di falchi e di colombe i secondi parlano invece di: 1) necessità da parte del Bretone, tozzo e con gambe troppo corte, di “massacrarsi” le articolazioni spingendo rapporti impossibili; 2) della inclemenza concomitante del tempo in quel periodo; 3) del chilometraggio estremo delle tappe di quel Tour; 4) della guerra continua scatenatagli contro da gente come Thurau, Kuiper e Zoetemelk. Tutti questi fattori insieme avrebbero progressivamente demolito le ginocchia del Bretone che, per salvarsi dall’assedio, sarebbe dovuto, come in altre occasioni, ricorrere al cortisone e quindi rischiare “il doping”. C’è chi dice che oltre a notarlo “navigare” in fondo al gruppo a farsi massaggiare dai suoi fisioterapisti, la mattina del 1 luglio, a Lilla, lo si sia visto addirittura zoppicare. Il medico del Tour, a quel punto, avrebbe preso in mano la situazione e “imposto” la cura con infiltrazioni “controllate” di cortisone. Riesce in questo modo a portare a termine la crono a squadre e dà segni di ripresa nella successiva tappa di Rouen. Quel “doping” ufficiale scatena malumori nelle fila del gruppo e Goddet e Levitan devono contenere le lamentele e dubbi di corridori e direttori sportivi. I falchi affermano che quella “cura” sarebbe stata la complice copertura degli organizzatori per una eventuale chiamata all’antidoping di Hinault. Nella ultima crono verso Parigi Joop Zoetemelk regola il Tasso, che però indossa ugualmente la maglia gialla, con un distacco di 1 minuto e 39 secondi. Tutto sembra regolare, anche dopo il controllo antidoping, e la tappa pirenaica Pau-Bagneres de Luchon stimola le velleità del bretone che si dichiara pronto alla battaglia. Invece la notte del 9, all’Hotel Continental di Lourdes, va in scena quella che per molti è considerata una farsa, la sceneggiata di un campione stretto fra la concorrenza agguerrita dei comprimari e la legalità invocata dai detrattori. Hinault se ne va, sparisce nel nulla e anche gli organizzatori, accusati di complicità, recitano la parte dello sbigottimento e dell’incredulità. I bene informati invece raccontano di un incontro segreto, svoltosi nelle cucine dell’Hotel Continental, al quale Hinault si sarebbe presentato in lacrime per annunciare il suo ritiro dalla corsa, e che Guimard avrebbe ribadito la necessità per il suo assistito di cure ben più “pesanti” del cortisone. Molti parlano della fine del campione bretone, che invece a Sallanches rientra in pista e strapazza la concorrenza. Che sia stata una parentesi “fisiologica” per recuperare il ginocchio malato, o invece uno stop “strategico” per coprire l’assunzione di sostanze proibite? Negli anni a seguire i silenzi dei vari Goddet, Levitan, Guimard, insieme a quelli di Mottet, Fignon e LeMond, non hanno fatto altro che rendere ancora più misteriosa la fuga nella notte di Lourdes, e coloro, e sono molti, che sostengono che, nonostante tutto, in quel Tour la figura di Bernard Hinault era considerata sopra a tutto e a tutti gettano un’ombra amara sulla carriera di un campione che la natura non aveva dotato di un fisico longilineo e che per questo aveva costretto ad usare la propria forza smisurata, contro sé stesso e il proprio limite fisico.

PALMARES – La carriera in numeri

N.215 vittorie
N.3 Giri d’Italia ( 6 vittorie di tappa)
N.5 Tour de France ( 28 vittorie di tappa) 
N.2 Vuelta a Espana ( 7 vittorie di tappa)
N.1 Titolo Mondiale
N.1 Gand-Wevelgem
N.1 Giro della Lombardia
N.2 Liegi-Bastogne-Liegi
N.5 Gran Premio delle Nazioni
N.2 Freccia Vallone
N.1 Giro di Romandia 
N.1 Parigi-Roubaix

CURIOSITA’

25 ANNI FA: LA RIVOLUZIONE DEL PEDALE

<Un quarto di secolo esatto dal Tour de France del 1984 che vide Bernard Hinault schierarsi al via senza gli storici pedali a gabbietta. “Il pedale a sgancio rapido è l’evoluzione tecnologica più importante degli ultimi trent’anni – ha dichiarato il cinque volte vincitore del Tour de France – Un guadagno enorme in termini di sicurezza. Al Tour de France del 1985 mi ruppi il naso sul traguardo di Saint Etienne, ma senza il pedale a sgancio rapido la caduta arebbe stata ben peggiore e senza dubbio non avrei potuto ripartire il giorno dopo”. E non avrebbe vinto la sua quinta Grande Boucle.

Costarica, scoppia il caso Rojas

Al Giro del Costarica è scoppiato fragoroso il caso Rojas: il leader della corsa avrebbe eluso un controllo sanguigno a sorpresa lunedì scorso. A denunciare il fatto è stato Marc Dufour, ldirettore sportivo della formazione Tour de Québec. Secondo l’accusa, la JPS-Giant – che è la formazione di Rojas – avrebbe impedito l’accesso al medico inviato dalla Federazione Costaricana, incaricato di effettuare il controllo. Le altre squadre partecipanti al Giro hanno tentato una sorta di protesta, ma la formazione del leader è stata autorizzata a prendere regolarmente il via.
Il ventinovenne Juan Carlos Rojas non è nuovo a guai di doping: è già stato sospeso due anni in seguito alla positività risultata in occasione di un test effettuato in Salvador.

Il toscano riparte con la squadre dei fratelli Schleck: “Una grande opportunità. Mi sono sentito stimato, cercato, voluto. Da me si aspettano tanto. Sono il velocista numero 1 della squadra. E vorrebbero che disputassi Giro, Tour e Vuelta. Vincendo. Più di così”.

Daniele Bennati.
Daniele Bennati che corre per il Team Luxembourg – la squadra dei fratelli Schleck – è come Mario Balotelli che fa gol per il Manchester City, come Sergio Parisse che va in mischia con lo Stade Français, come Danilo Gallinari che segna da 3 con i New York Knicks. Un ambasciatore dello sport italiano. E una bandiera del ciclismo italiano issata su un ottomila.

Bennati, un’opportunità?
“Una grande opportunità. Mi sono sentito stimato, cercato, voluto. Da me si aspettano tanto. Sono il velocista numero 1 della squadra. E vorrebbero che disputassi Giro, Tour e Vuelta. Vincendo. Più di così”.

Più di così?
“Qatar e Oman, tanto per cominciare a correre. Poi Strade Bianche, Tirreno-Adriatico e Milano-Sanremo per cominciare a vincere. Quindi Gand-Wevelgem, unica classica del Nord. Niente Fiandre e Roubaix”.

“I miei programmi? Qatar e Oman, tanto per cominciare a correre. Poi Strade Bianche, Tirreno-Adriatico e Milano-Sanremo per cominciare a vincere. Quindi Gand-Wevelgem, unica classica del Nord. Niente Fiandre e Roubaix”

Perché?
“Mi dispiace, ma è una mia scelta. Fiandre e Roubaix sono corse che mi piacciono da matti, però negli ultimi due anni pavé e muri mi hanno creato problemi al tendine d’Achille, e se voglio correre il Giro da protagonista, non me li possono permettere. Al resto ci penserò strada facendo”.

Bennati, le vacanze?
“Dieci giorni alle Maldive. Ci siamo affezionati. E’ stata la quarta volta, ogni volta su un atollo diverso. Ci sono più atolli nelle Maldive che muri nelle Fiandre. Sole, mare, pace. Relax. Stavolta ci siamo andati con Fabio Sabatini e la sua fidanzata, e anche loro si sono trovati benissimo”.

Adesso a che punto è?
“Ho ricominciato la preparazione a metà novembre. Le prime due settimane alternando bici e palestra. Poi tre volte la settimana palestra e sempre bici. E già una settimana in ritiro con la nuova squadra, a Crans-Montana, in Svizzera”.

Novità?
“Luca Guercilena, direttore sportivo e preparatore atletico. Abbiamo fatto questo ragionamento: siccome su 43 vittorie, 40 sono venute in volata, l’ideale è continuare a vincere così. Vorrei migliorare dove ho perso qualcosa negli ultimi tempi: la punta di velocità. Quindi più lavori di potenza con i pesi e, da gennaio, lavori specifici anche in bici, nel ritiro di Maiorca, dal 7 al 20 gennaio. In salita, tutto sommato, me la cavo meglio degli altri velocisti”.

“Con Luca Guercilena, direttore sportivo e preparatore atletico, abbiamo fatto questo ragionamento: siccome su 43 vittorie, 40 sono venute in volata, l’ideale è continuare a vincere così. Vorrei migliorare dove ho perso qualcosa negli ultimi tempi: la punta di velocità. Quindi più lavori di potenza con i pesi e, da gennaio, lavori specifici anche in bici, nel ritiro di Maiorca, dal 7 al 20 gennaio”

La squadra è un po’ misteriosa.
“Il nome sarà svelato solo il 6 gennaio. Così anche la maglia. Però si conosce già la bici, Trek, ci sto pedalando su, mi trovo bene. Il gruppo è quello uscito dalla Saxo Bank. Ma c’è una radice italiana: il padrone, Flavio Becca, oltre a Guercilena anche Adriano Baffi fra i direttori sportivi, Davide Viganò e Giacomo Nizzolo fra i corridori. E con il mio compagno di stanza durante il primo ritiro parlavo in italiano: Fabian Cancellara”.

Invece la lingua ufficiale?
“Inglese. Sono andato a lezione. A parlare faccio ancora un po’ di fatica, però capisco quasi tutto. Cancellara mi ha assicurato che a metà stagione non avrò più problemi. Viganò, che l’anno scorso era alla Sky, e non sapeva neanche una parola, adesso se la cava tranquillamente. Come me, anche il neoprofessionista Nizzolo è al debutto anche nell’inglese. Ma lui è giovane, e impara più in fretta. Il guaio è che tutti i compagni, chi più chi meno, parlicchiano l’italiano. E quando si rivolgono a me, li prego di farlo solo in inglese”.

Bennati, nel 2010 ha vinto poco.
“Meno di quello che mi aspettassi anch’io. Anche per questo non vedo l’ora di ricominciare. E ci sono tutti i presupposti: squadra, struttura, programmi. E con Giro, Tour e Vuelta le occasioni non mancheranno”.

Non sarà troppo?
“Uno alla volta. Il Giro l’ho corso una sola volta: tre tappe, maglia ciclamino e grande popolarità. Lo amo anche per questo. Al Tour ho vinto con una fuga e in una volatona, perdipiù a Parigi, e mi piacerebbe conquistare la maglia verde. Ma anche la Vuelta ha il suo fascino particolare. Dura finirli tutti”.

“Nel 2010 ho vinto meno di quello che mi aspettassi anch’io. Anche per questo non vedo l’ora di ricominciare. E ci sono tutti i presupposti: squadra, struttura, programmi. E con Giro, Tour e Vuelta le occasioni non mancheranno”

Avrà un treno?
“Ci lavoreremo. In squadra c’è anche il belga Weylandt: quando correrà con me, avrà un ruolo importante. Ma come vagone”.

Dicono che lei debba incattivirsi.
“In certe occasioni sì. Ma il carattere è quello che è. E poi è più l’apparenza: quando vinco, sembro cattivo, e quando perdo, sembro buono, e invece sono sempre lo stesso”.

Cioè?
“Serio, preciso, appassionato. Meticoloso. Allenamenti o gare, lo stesso impegno, la stessa attenzione: tutto dev’essere al posto giusto, abbigliamento e ruote corsaiole, per sentirmi come se fossi sempre in competizione”.

E la bici?
“Soprattutto quella. Mi coccolo la bici come Valentino Rossi fa con la moto. Me la porto in camera, la pulisco, quasi la accarezzo. Chiara, mia moglie, dice che vorrebbe essere la mia bici”.

Questi giorni?
“Bici quotidiana. Con i soliti, da Sabatini a Francesco Failli, o anche da solo. Fare quattro o cinque ore, da solo, non mi pesa. Mi porto le cuffie, ma di solito preferisco sentire il mio corpo e ascoltare la strada”.

Le sue strade?
“Arezzo, l’Aretino, la Toscana. Quei percorsi non li cambierei con nient’altro. Per abitudine, per affetto, per natura. Dipende dal tempo. Adesso che, in attesa che venga finita la nuova casa in campagna a Staggiano, abitiamo ad Arezzo, in centro, al quinto piano. Mi affaccio alla finestra come se fosse un osservatorio meteo, e in base al cielo, decido. Di qua, di là, a volte anche di qua e di là”.

Contador non ha dubbi
“Nel 2011 avrò giustizia”

Lo spagnolo, già vincitore di 3 Tour, è sicuro che verrà riconosciuta la contaminazione alimentare nel caso di positività che lo vede al momento sospeso. “Non trascorrerò le mie feste natalizie migliori nè le più tranquille ma sono fiducioso. Nel 2011 la ragione, l’etica e la verità prevarranno e giustizia sarà fatta”

Alberto Contador, tre volte vincitore del Tour de France, ha preconizzato che il 2011 sarà l’anno della “giustizia” che gli verrà resa nella vicenda del suo risultato “anomalo” ad un controllo antidoping, dovuto secondo lui ad una contaminazione alimentare, e che sarà un anno “storico”. “Non trascorrerò le mie feste natalizie migliori nè le più tranquille ma sono fiducioso. Nel 2011 la ragione, l’etica e la verità prevarranno e giustizia sarà fatta”, afferma il ciclista spagnolo sul suo sito Internet e su Twitter. Contador, 27 anni, tiene altresì a ringraziare la Saxo Bank, sua nuova squadra, “per la fiducia”, ed assicura che “l’anno che viene sarà storico”. “Volere è potere, felice Natale”, conclude Contador. Ricordiamo che un controllo antidoping subito dallo spagnolo il 21 luglio scorso a Pau, durante il Tour, ha rivelato tracce minime di clenbuterolo (sostanza che stimola la funzione respiratoria ma ha anche effetti anabolizzanti). Il vincitore della ‘Grande Boucle’ nel 2007, 2009 e 2010 si è dichiarato vittima di una contaminazione alimentare legata alla carne da lui mangiata il giorno prima. A fine agosto è stato sospeso provvisoriamente dall’Unione ciclistica internazionale (Uci) in attesa che si pronunci la Federazione spagnola, cui da regolamento è demandata l’eventuale sanzione disciplinare.

Argentin ne ha per tutti
“Ciclisti, dov’è la fantasia?”

Il campione di San Donà festeggia 50 anni e non è tenero con i corridori di oggi: “Io avevo fame, ora vedo solo uomini radiocomandati, mollicci e tutti uguali”

La sua nuova frontiera si chiama risparmio energetico. “Convincere la gente che con 350 euro può riscaldare per un anno un appartamento di 100 metri quadrati. Mentre adesso spende almeno il triplo”. Edilizia, corsi, progetti, idee. Come sempre, brillanti. “Non è che avessi un gran fisico quando correvo, però l’astuzia e la tattica di corsa, quelle sì. Nel ciclismo, e anche nella vita, la sola forza non basta”. Moreno Argentin e 50 candeline da spegnere oggi. Per il corridore italiano più vincente in Belgio (1 Giro delle Fiandre, 4 Liegi-Bastogne-Liegi, 3 Freccia Vallone), più Mondiale e Lombardia, il sogno ora è costruire un albergo con velodromo nelle Dolomiti. Con un progetto del pluripremiato architetto altoatesino Matteo Thun.

Argentin, se si gira indietro che cosa vede?
“Ringrazio i miei genitori per avermi fatto nascere in quel periodo. Avevo fame. Adesso vedo in gruppo ragazzi mollicci, senza personalità. C’è in giro gente con poca fame, che guadagna bene già da juniores. I tempi sono diversi, le generazioni cambiano, hanno tutto già da piccoli. Ecco perché quando guardi le corse mancano le emozioni, mancano i corridori che ti facciano esaltare”.

Qualche esempio?
“Contador. Tutto calcolato, una perfetta macchina da corsa costruita in laboratorio per una gara, il Tour. Non importa se sia personaggio o meno. Lui e Schleck sono uguali. Sai come corrono, sai dove devi aspettarli. Non hanno fantasia, non rischiano. Io Indurain, che dominava ai miei tempi i grandi giri, l’ho battuto in una Liegi. E veniva anche alla Sanremo, perché riconosceva la storia di questo sport. Gli atleti adesso sono tutti automi”.

Beh, siamo partiti bene.
“Forature e cadute fanno parte del gioco. E con le radioline ormai i corridori sembrano mossi da un joystick. E’ tutto il movimento che non va”.

Lei è sempre rimasto una voce nel deserto.
“Nel ciclismo di oggi, o ti adegui o non vivi. E io rispondo soltanto alla mia coscienza. Sono fuori volontariamente, e sto bene qui, a San Donà di Piave, con il mio lavoro. Contano soltanto l’Uci (la federciclo mondiale, ndr) e il suo business. Sponsor e corridori non hanno diritto di parlare. C’è una falsa democrazia nel ciclismo, non c’è propensione al cambiamento. La pista è morta e decotta, e la strada sta facendo la stessa fine. Tutto sullo stesso piano, i Grandi Giri, le classiche monumento e corse senza tradizione. Ma come?”.

Un’analisi spietata.
“Io so che contano il Giro, il Tour e le grandi classiche monumento, qui c’è la storia del ciclismo, quello che porta la gente sulle strade. Adesso l’Uci sta livellando tutto verso il basso, i valori non contano più. Per questo hanno fatto la guerra agli organizzatori di Giro e Tour”.

Contano solo i soldi?
“Certo. Guardate come sono cambiati regolamenti, punteggi e classifiche. Introiti e business. Gli sponsor portano i soldi, danno da vivere ai corridori, ma non possono parlare, non possono discutere di regole. Invece sono loro a meritare rispetto, sono loro gli attori”.

Il plastico del progetto “albergo con velodromo” E i corridori?
“Non hanno personalità. Perché se alzano la voce, non corrono più. Prendete Pellizotti, che ho incontrato l’altro giorno. Ha perso tutto l’anno per valori dubbi (del passaporto biologico, ndr), ma non dice nulla, perché altrimenti…”.

C’è una via di uscita?
“I corridori devono fermarsi per riscrivere le regole che li stanno stritolando. Dai punteggi all’antidoping, con quella reperibilità che li fa assomigliare a carcerati in libertà vigilata. Ma vedo che sono incapaci di far gruppo e di pensare al futuro. Ho fatto 14 stagioni di professionismo: ora quanti arrivano almeno alla metà?”.

E l’albergo-velodromo?
“L’architetto Thun ha sposato una mia idea. Il progetto è a emissioni zero. Non è solo un velodromo o una pista: vuole dare risposte tecniche, scientifiche e di salute agli appassionati. Ci saranno specialisti, sale fitness, training camp, test di valutazione, metodiche di allenamento e alimentazione. Bici d’estate e sci d’inverno. L’ho presentato alla provincia di Belluno per realizzarlo ad Alleghe, nella zona della Marmolada. Mi sono dato un paio di mesi per una risposta”.

Lo scalatore della Lampre-ISD in Sicilia per il sopralluogo sui versanti del vulcano. “Mi aspettavo di dover percorrere salite più corte, magari con qualche picco di pendenza, in realtà si tratta di ascese lunghe e, proprio per questo, insidiose”

Ricognizione con neve per Michele Scarponi, impegnato nella scoperta delle due ascese dell’Etna che rappresenteranno il piatto forte della 9a tappa del Giro d’Italia 2011. Il corridore marchigiano, che il prossimo anno vestirà i colori del Team Lampre-ISD, sfidando le intemperie ha visionato entrambi i versanti del vulcano siciliano (quello da Linguaglossa, che verrà affrontato per primo nel corso della tappa del Giro, e quello da Nicolosi), pedalando fino al Rifugio Sapienza, località dove verrà posto l’arrivo della corsa. “Sono molto contento di aver scelto di effettuare la ricognizione delle due salite, pur dovendo fare i conti con la neve, poiché ho scoperto che entrambe le ascese sono un po’ diverse da come me le ero immaginate – ha spiegato Scarponi – Mi aspettavo di dover percorrere salite più corte, magari con qualche picco di pendenza, in realtà si tratta di ascese lunghe e, proprio per questo, insidiose: considerando che verranno affrontate a breve distanza l’una dall’altra, non sarà infatti agevole riuscire a rimanere brillanti per tutta la loro durata, anche tenendo presente il notevole dislivello altimetrico complessivo. Lo studio del percorso del Giro proseguirà: spero di riuscire a vedere, prima di Natale, altre due o tre tappe, condizioni meteo permettendo”.

E’ morto Aldo Sassi Il dolore del ciclismo

È morto questa notte a Valmorea (Co) Aldo Sassi, il direttore generale del Centro Mapei Sport di Castellanza, stroncato da un male incurabile. Nato a Valmorea nel 1959, dove ha vissuto con la moglie Marina e tre figli. Diplomato Isef a Milano e laureato in Scienze Motorie a Digione, è stato tecnico di ciclismo dal 1982, allenando tra gli altri Basso ed Evans, entrambi molto legati al “Professore”.

CON MOSER — Nel 1983-84 ha fatto parte dell’équipe che ha preparato Francesco Moser al record dell’ora. Dal 1996 al 2002 è stato responsabile dell’allenamento del professional cycling team Mapei, diventandone anche amministratore unico dal 1999. Autore di libri e articoli divulgativi e scientifici, dal 2002 dirigeva il Centro di Ricerche Mapei per lo sport.

RICCO’ E CUNEGO — Recentemente aveva intrapreso con gli uomini del Centro Mapei la collaborazione con la Lampre di Cunego e Scarponi e soprattutto con Riccardo Riccò. Un progetto avviato durante i mondiali di Melbourne e sbocciato con l’obiettivo di riportare il corridore al top dal punto di vista sportivo, professionale e umano. Con tutti i corridori Sassi sapeva creare un legame fortissimo, come testimoniano le parole di Cadel Evans a Geelong pochi giorni prima della prova iridata: “Corro per Aldo, il modo in cui sta affrontando questi mesi terribili è un esempio per tutti”.

MESSAGGI E DOLORE — Non appena la notizia ha iniziato a diffondersi, i campioni del ciclismo hanno espresso il loro cordoglio. Anche sui social network – da Twitter a Facebook – sono comparsi messaggi toccanti, come quello di Ivan Basso, accompagnato dalla foto del trionfo rosa di maggio all’Arena di Verona: “Ciao Aldo la tua amicizia e il tuo affetto lo portero’ per sempre dentro di me”. Il cordoglio è arrivato da tutto il mondo. Michael Rogers (Htc): “Riposa in pace Aldo, e grazie per tutto ciò che mi hai insegnato”. Così Giovanni Visconti: “Ti ho visto al mondiale di Melbourne e quasi sembravi più in forma di me, ma la vita e’ troppo cattiva a volte E cambiare il destino è impossibile purtroppo… Ciao Aldo

MOGLIE, MARITO, FRATELLO, MAMMA E SUOCERO: LA PROCURA CONI DEFERISCE L’INTERA FAMIGLIA BERNUCCIMancava il nonno, quello in carriola della barzelletta, ma gli altri c’erano proprio tutti: atleta, moglie, madre, fratello e perfino il suocero. Un’intera famiglia coinvolta – a vari livelli – nelle solite, squallidissime vicende doping. A scoprirlo sono stati i Nas di Firenze in collaborazione con la Guardia di Finanza di Padova nell’indagine coordinata dal pm Benedetto Roberti che ha smascherato una rete di traffici che parte dai “fornitori” dell’est per arrivare, appunto, fino alle famiglie. A comminare le prime sanzioni, in attesa del processo penale (in Italia il doping costituisce reato per la legge 376/2000) è stata la Procura antidoping del Coni che, nonostante le critiche e gli attacchi sconsiderati di taluni ambienti sportivi, continua a lavorare indefessamente e, a quanto pare, proficuamente. Nella rete c’è l’intera famiglia di Lorenzo Bernucci, l’ex compagno di Alessandro Petacchi lo sprinter della Lampre finito anche lui nell’inchiesta di Roberti con pesantissime accuse (utilizzo di pratiche e sostanze dopanti). Per Lorenzo, Torri ha chiesto una squalifica di 6 anni. Uso e possesso di sostanze dopanti. Al traffico e alla somministrazione (da appurare a chi: solo a Lorenzo come ha confessato il corridore oppure anche ad altri?) ci pensavano gli altri di famiglia, secondo l’accusa. Così arrivano 4 anni di inibizione (la formula con cui si impedisce a non tesserati di frequentare manifestazioni sportive) al fratello Alessio; alla moglie Valentina, persino alla mamma Antonella e al suocero Fabrizio. Ventidue anni di squalifica in tutto, un vero e proprio record nella storia dell’antidoping. Tutti coinvolti nell’indagine del pm Roberti che ha accertato – fornendone le carte alla Procura Coni – numerose violazioni alla legge 376/2000 per cui dovranno rispondere anche davanti al giudice ordinario.

Intanto si è mossa la giustizia sportiva e il quadro che emerge dall’accusa è davvero sconcertante: un’intera famiglia, appunto, dedita a uso, pratiche, traffici, somministrazione di prodotti dopanti. Lorenzo nell’agosto scorso aveva confessato davanti alla Procura Coni, assumendo su di se tutte le colpe. E probabilmente per questo motivo, fino a questo momento, non sono stati presi provvedimenti sportivi a carico di Alessandro Petacchi, compagno e amico di Lorenzo. Ma l’inchiesta del pm non è chiusa e si attendono prossimamente gli sviluppi. Restano da chiarire punti ancora oscuri emersi soprattutto dalle intercettazioni telefoniche. Ce ne sarebbe una in cui lo sprinter spezzino citerebbe una sacca nera “da moto” da trovare assolutamente e pronuncerebbe frasi secondo l’accusa sospette: “Qui mangio da solo e volevo mangiare per tre”. Petacchi si sarebbe difeso parlando di una borsa di Fendi da rintracciare e portare alla moglie. Se si fosse presentato a casa senza di essa la moglie lo avrebbe fatto “mangiare da solo” mentre lui avrebbe voluto “mangiare in tre”, lui, la moglie e il figlio.

Ma, episodio Petacchi a parte, è davvero singolare la fantasia con cui di fronte all’accusa si giustificano i protagonisti delle vicende doping. Spiegazioni così incredibili da apparire addirittura offensive agli inquirenti. Bernucci avrebbe tirato in ballo addirittura una parente che lavorava all’ospedale civile di La Spezia. Sarebbe stata lei a fornirle il pfc. Ma alle indagini la parente sarebbe risultata deceduta. Mentre l’albumina gliela avrebbe proposta un non meglio identificato tizio alla guida di un “Fiorino” bianco contrabbandandogliela come un prodotto “per andare più forte”. Spiegazioni poco plausibili. Lui, un corridore professionista, che accetta consigli e prodotti da un anonimo guidatore di “Fiorino”?

In ogni caso nell’abitazione di Bernucci nell’aprile scorso, i Carabinieri del Nas avevano sequestrato prodotti dopanti. Come la sibutramina (un anoressizzante vietato con proprietà stimolanti) nascosta fra gli indumenti sportivi. Sempre nell’aprile scorso fu fermata dalla Finanza la moglie del corridore mentre, dall’aeroporto di Pisa stava per recarsi al nord, dove il marito era in procinto di correre in una delle classiche belghe. Fu trovata, secondo l’accusa, in possesso di sostanze dopanti: albumina umana in un frigo portatile, e una boccetta etichettata “Fiandre” con un liquido che all’analisi si sarebbe rivelato Pfc, ovvero: perfluorocarburo una sostanza chimica sintetica, ricavata dal petrolio, che aumenta la capacità del sangue di trasportare ossigeno. E’ uno dei “trucchi” più attuali nel ciclismo, che si sta diffondendo perché il pfc non è smascherabile dai comuni test sull’urina. E poi neoton (creatin fosfato, un prodotto lecito) in una confezione con scritte in cirillico. Per questo il sospetto è che fosse tutto materiale di provenienza da paesi dell’est il filone che aveva seguito l’inchiesta di Roberti. Torri le contesta proprio la violazione all’articolo 2.8 del codice Wada (possesso), ma anche traffico (2.7) e somministrazione (2.8).

Durante lo stop in partenza da Pisa la moglie di Bernucci avrebbe contattato telefonicamente il suocero, dopo aver chiesto di andare al bagno, e gli avrebbe ordinato di “buttare via la roba dietro l’armadio”. Il suo telefono era ovviamente controllato; di qui il coinvolgimento del suocero stesso. Alla vicenda ha dato il suo contributo – secondo l’accusa – anche il fratello del corridore, Alessio. In un primo momento avrebbe dichiarato che i prodotti vietati erano tutti per lui, intenzionato a partecipare al Giro delle Fiandre cicloamatoriale. Ma dalle indagini è risultato non solo che non ha partecipato alla manifestazione, ma che non era iscritto ad alcuna società sportiva, particolare ovviamente indispensabile per partecipare a qualsiasi gara. Non solo, ma che avrebbe cercato di iscriversi successivamente ad una società ottenendo un rifiuto: ormai la vicenda era divenuta di dominio pubblico. E la mamma? Anche lei avrebbe cercato di assecondare la versione fantasiosa del figlio.

La difesa di Bernucci è affidata alla sorpresa: “Non mi aspettavo che il procuratore Torri chiedesse una pena così alta – ha detto all’ANSA -, ci spiegherà il perché davanti al Tna (Tribunale nazionale antidoping, ndr). E quando sarò chiamato davanti al Tna chiarirò la mia posizione, poi decideranno i giudici”. “Non credo che la famiglia c’entrasse nulla, i miei familiari non hanno fatto niente – ha poi aggiunto ancora l’ex corridore della Lampre (la società ha precisato come l’atleta non faccia più parte della squadra dall’aprile scorso) – Oltretutto non ricoprono neanche cariche in organismi sportivi. Vedremo davanti al Tna”.

Ma quella tratteggiata dal quadro degli inquirenti, sarebbe proprio una bella famigliola. Una realtà che dimostra – ove comprovata – come il cancro della farmacia proibita sia ormai diffuso nei gangli vitali della società (famiglia) oltre che nello sport. Il miraggio del denaro e del successo è – evidentemente – una delle molle principali. Ha ragione il ministro della salute Fazio, presente in mattinata al Coni per le premiazioni del “Giro d’Onore” della Federciclismo, a preoccuparsi. Il tumore è ormai in metastasi diffusa se arriva a interessare quasi il 16% dei test sugli amatori. Cifra denunciata dallo stesso ministro che va ben al di là del misero 2% – 3% (o poco più) accertato dai controlli del Coni-Nado e della Wada. Il ministro si riferisce solo a 500 analisi effettuate: una goccia nel mare, ma comunque arrivano cifre significative. E i numeri potrebbero salire di molto se nelle categorie giovanili – lasciate senza controlli o quasi ormai da tempo – si facessero esami adeguati. Da più parti nel ciclismo lamentano l’insufficienza di test nelle categorie giovanili e la famiglia come dimostra il caso Bernucci non aiuta di certo.

Doping a casa, doping in famiglia, doping in squadra (vedi le accuse del giovane diciottenne Eugenio Bani rivelate da “Repubblica” nel gennaio scorso), doping giovanile e amatoriale diffuso. Fazio sta cercando di mettere qualche toppa qui e là. Ma siamo sempre alla dichiarazione di intenti: “”Sto firmando in questi giorni il via libera alla nuova commissione antidoping, che avrà un raccordo molto preciso con il Coni e il sottosegretariato allo sport, per proseguire con campagne formative e informative ma anche collaborare con altre istituzioni antidoping, a partire dai Nas”. E ancora: sarebbe allo studio una norma specifica per lo sport amatoriale, “che prevede la sospensione automatica dell’attività sportiva agonistica per gli atleti dilettanti positivi all’antidoping”. Ma sembrano pannicelli caldi di fronte al dilagare di un fenomeno che fa clamore più spesso nel ciclismo, perché sport più a rischio, dunque più controllato. E che però riguarda tutti gli sport, anche quelli più ricchi e danarosi nei quali nessuno vuole (può?) mettere naso.

IL FUTURO DI CONTADOR
Nonostante tutto Alberto Contador si dice ottimista. I legali dello spagnolo, tre volte vincitore del Tour de France, hanno depositato un dossier di difesa depositato presso la Federazione spagnola a seguito della richiesta dell’Uci di aprire un procedimento disciplinare nei suoi confronti per doping. “Ho grandi speranze – ha spiegato a L’Equipe il corridore spagnolo, 28 anni appena compiuti -. Il dossier presentato alla Commissione di valutazione è completo, nulla è stato lasciato al caso e si basa su dati scientifici. Spero solo che il pronunciamento sia in mio favore”. Contador rischia fino a due anni di squalifica. Bjarne Riis, team manager della Saxo-Sungard che ha ingaggiato Contador con un contratto ricchissimo e che quindi rischia di veder sfumare l’investimento, aggiunge: “Spero che la decisione sia giusta. Anche se venisse comminata una sanzione, non vuol dire che è colpevole. Questa è una sfumatura importante”. Nel dossier difensivo sono stati inseriti i precedenti del tennista francese Richard Gasquet e del giocatore di tennistavolo Dimitrij Ovtcharov, assolti rispettivamente dal Tas e della federazione tedesca per “assunzioni involontarie” di cocaina il primo e clenbuterolo il secondo (la stessa sostanza che inchioderebbe Contador).

Giglio d’oro a Nibali Vincenzo Nibali è stato premiato a Pontenuovo di Calenzano con il Giglio d’Oro quale miglior professionista italiano del 2010. Il siciliano ha parlato del suo programma di avvicinamento al Giro d’Italia (“debutterò al Laigueglia o al Giro di Sardegna”), in cui probabilmente punterà alla vittoria: “Alla Vuelta ho dimostrato di poter reggere la pressione, che sicuramente sarà tanta. Penso che il Giro si deciderà alla fine della seconda settimana, quando ci saranno tre o quattro tappe con salite veramente difficili. I rivali? I più pericolosi saranno Scarponi, Pellizzotti, Menchov e Kreuziger”. Che Nibali sia fra i favoriti del prossimo Giro lo sottolinea anche Alfredo Martini, grande saggio del ciclismo italiano ed ex c.t. della nazionale, anch’esso presente alla premiazione del Giglio d’Oro: “Vincenzo ha dimostrato di poter fare bene nelle corse a tappe: al Giro dell’anno scorso per esempio partecipò per caso, ma nonostante questo aiutò Basso a vincere e arrivò anche terzo”. Durante la cerimonia di premiazione del Giglio d’Oro, tenutasi al ristorante ‘Carmagnini del ‘500’, sono stati consegnati riconoscimenti anche al vincitore dell’ultimo giro d’Italia Ivan Basso, al campione italiano Giovanni Visconti e allo svizzero Fabian Cancellara (Premio Internazionale Franco Ballerini per il miglior atleta straniero), che però erano tutti e tre assenti, alla rivelazione della stagione Daniel Oss (Memorial Gastone Nencini) e allo juniores Andrea Zordan (Giglio d’Oro 2).

Cipollini nello staff Katusha
Un grande velocista si mette a insegnare la sua “arte”. Mario Cipollini sarà consulente del team Katusha con lo specifico compito di far crescere i giovani velocisti russi. Lo ha ufficializzato la squadra stessa, diretta da un altro ex professionista, Andrei Tchmil. Avrà il compito di preparare mentalmente e tatticamente gli sprinter delle squadre del progetto Katusha: Pro-Tour, Continental e Under 23. «La nostra organizzazione diventa sempre più articolata – spiega Tchmil – e avere con noi un’ex campione del mondo come Cipollini non può che esserci utile. Tutti hanno conosciuto il suo valore come sprinter quando correva e penso che la sua esperienza possa apportare un valore aggiunto. Sarà la chioccia per i giovani velocisti coinvolti nel nostro progetto globale».

Un altro ciclista spagnolo implicato in caso di doping. Igor Astarloa Askasibar, campione del mondo nel 2003, è stato sospeso dall’attività per due anni dall’Unione ciclistica internazionale e condannato inoltre a una multa di 35 mila euro. Astarloa, 33 anni, vinse il Mondiale del 2003 che si disputò sul circuito di Hamilton, in Canada, precedendo il connazionale Valverde, a sua volta sospeso per doping. Nella settimana della gara mondiale, Astarloa fu al centro di sospetti per aver «truccato» un controllo antidoping supplementare, poi risultato negativo. Il ciclista spagnolo, che in precedenza aveva vinto di importante solo una Freccia Vallone, dopo la conquista della maglia iridata ritornò nell’anonimato (a parte la vittoria nel 2006 nella Milano-Torino) e nel 2009 venne allontanato dalla propria squadra (Milram) dopo un controllo interno.

CANCELLARA VA CON IL FRATELLI SCHLECK
Il quattro volte campione del mondo a cronometro Fabian Cancellara ha raggiunto la nuova formazione lussemburghese creata attorno ai fratelli Schleck. Lo svizzero ha firmato un contratto di tre anni: “Con Cancellara e gli altri abbiamo messo in piedi una delle formazioni più complete del panorama mondiale”, hanno detto i dirigenti della Pro Cycling Project. “Avevo molte offerte – ha detto lo svizzero che ha lasciato la CSC di Bjarne Riis – ma questa che ho accettato ha tutti gli ingredienti per crescere”. “Vogliamo diventare una delle miglior squadre del mondo”, ha commentato Brian Nygaard, general manager. della formazione oltre agli Schleck fanno parte il tedesco Voigt, il belgfa Monfort, il portoghese Pires gli italiani Bennati, Vigano e Nizzolo. Manca solo il nome ufficiale.

PER L’ITALIA INCUBO CLASSICHE
L’ultimo successo di un nostro corridore in una grande corsa storica risale ormai a due anni fa, proprio ad ottobre, quando Cunego vinse il suo terzo Lombardia (foto). Da allora solo piazzamenti. In questa stagione, però, ci consoliamo con i successi nelle grandi gare a tappe: il Giro di Basso e la Vuelta di Nibali.

Il grande successo di Philippe Gilbert al Lombardia ha prolungato il periodo nero dei corridori italiani nelle grandi classiche. Non ne vinciamo una dall’ottobre del 2008, quando Damiano Cunego (che ha rinunciato all’edizione di quest’anno) si aggiudicò il suo terzo Lombardia. All’estero si coccolano i loro campioni, mentre in Italia, dopo l’abbandono di Bettini dobbiamo fare i conti con una forza d’urto limitata nelle classiche. In questa stagione Cancellara ha vinto in successione Fiandre e Roubaix, mentre Gilbert si è imposto prepotentemente all’attenzione con i successi nell’Amstel Gold Race e con lo show al Lombardia (e una serie di piazzamenti nei primi dieci in tutte le classiche più importanti). L’Italia può mettere sul piatto solo piazzamenti, il più importante dei quali è proprio il secondo posto di Scarponi al Lombardia. Sembra difficile risollevarsi, anche se molti addetti ai lavori sostengono che il ciclismo italiano è ancora molto competitivo. C’è che dice che torneremo presto a recitare un ruolo di protagonisti nelle classiche. Intanto, però, ci siamo ripresi la scena nelle grandi corse a tappe, con il successo di Basso al Giro e la vittoria di Nibali alla Vuelta. Erano venti anni che un corridore italiano non vinceva la classifica della corsa spagnola. È la conferma che bisogna saper aspettare: prima o poi i talenti sbocciano e la tendenza negativa si inverte.

Contador non esclude ritiro
‘Non ho fatto niente di irregolare, adesso e’ ancora presto ma non posso garantire di continuare’ a correre. E’ quanto ha dichiarato il ciclista spagnolo Alberto Contador, sotto inchiesta per doping. Il vincitore di tre Tour de France ha ribadito la sua linea di difesa, cioe’ che a provocare la sua positivita’ al clembuterolo sia stato un filetto di carne contaminata comprato nei Paesi Baschi. Contador ha aggiunto di ‘non immaginare’ che la vicenda possa chiudersi in maniera negativa.

Visconti: arriva l’invito al GiroIl Giro d’Italia 2011 che celebrerà i 150 anni dell’Unità d’Italia avrà un’audience internazionale di tutto rispetto. E Rai Trade, che ne distribuisce i diritti tv nel mondo intero, ha già siglato accordi con le più importanti emittenti internazionali: «Il Giro d’Italia nel mondo attira l’interesse di oltre 350 milioni di spettatori unici in tutto il mondo – ha detto Carlo Nardello, Amministratore Delegato di Rai Trade da Catania dove è in corso Expobit, – dal 1998 ad oggi c’è stata una significativa espansione della distribuzione internazionale delle immagini e degli highlights del Giro d’Italia e, insieme con Rai International, riusciamo a coprire ormai l’intero pianeta: abbiamo coinvolto nell’operazione di distribuzione del segnale tv i maggiori broadcaster del mondo. La strategia di marketing messa in atto è molto complessa, l’espansione verso i nuovi mercati è potuta avvenire grazie alle sinergie aziendali e attraverso le azioni mirate di Rai Trade. Abbiamo sviluppato strumenti di marketing in lingua, dal supporto web alle sponsorizzazioni grafiche e stiamo studiando la possibile applicazione di strumenti di marketing non convenzionali come i giochi legati alle corse che mettono in palio biciclette, soggiorni in Italia, maglie rosa. La tappa siciliana che va da Messina all’Etna è una tra le più spettacolari, sarà un irripetibile biglietto da visita per la nostra isola maggiore». Le immagini del Giro saranno distribuite in diretta satellite nei mercati consolidati e presidiati dalla rete di Rai Trade che ha agenti in Regno Unito, Francia e Spagna, in Russia, Giappone e Corea del Sud, e in Usa – Canada e in America Latina. I programmi di highlights sono realizzati per i broadcaster dei nuovi mercati. Nello specifico le televisioni coinvolte sono : Eurosport (Europa, Nord Africa, Australasia e Pacific), VRT (Belgio di lingua fiamminga), ETB (Pais Vasco e Spagna), VEO TV ( Spagna), JSports ( Giappone), Universal Sports (Usa e Canada), ESPN Sur (Argentina, Cile, Colombia,Ecuador, Bolivia, Perù e Paraguay), NOS ( Olanda), Canal Senal (Colombia), Super Sport (Africa) , RTR e Channel 1 (Russia), Servus TV (Austria, Germania, Svizzera e Lussemburgo).

È molto intensa anche la ricerca della collaborazione di broadcasters extra europei con bacini d’utenza pan-continentali per operazioni promozionali. La distribuzione internazionale del Giro è corredata dall’ideazione e dalla produzione di format tv su città e paesi toccati dal Giro, come luoghi d’arte o di interesse turistico, gastronomico o storico e da retrospettive sul ciclismo.

«I risultati sono impressionanti – ha concluso Carlo Nardello: sono più di 165 i Paesi coinvolti per un totale che supera i 350 milioni di spettatori unici, in 5 continenti grazie alla collaborazione e alle sinergie con 30 broadcasters di tutto il mondo, sono più di 10.000 le ore di programmazione». Da Catania, direttamente dal patron della corsa rosa, Angelo Zomegnan, è arrivata una inaspettata notizia per il Campione d’Italia Giovanni Visconti e la sua Farnese Vini – Neri Sottoli: «Giovanni Visconti sarà al via del Giro d’Italia 2011, nel centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia – ha detto Zomegnan – non potevamo farci mancare la bandiera tricolore in questa edizione della corsa rosa che sarà in Sicilia il 15 maggio per una tappa bellissima in cui era giusto avere anche Visconti, che insieme a Nibali e gli altri 15 professionisti della regione stanno portando in alto la più grande isola d’Italia». Un annuncio che ha preso alla sprovvista Giovanni Visconti: «Sono rimasto senza parole: e torno a casa con la prima vittoria dell’anno. Il Giro d’Italia è la corsa più emozionate del calendario e quest’anno tornare in Sicilia avrà un sapore ancora più intenso. In più con la maglia tricolore addosso, sarà il massimo. Devo ringraziare Zomegnan per la fiducia, sapremo ricambiarla come squadra e come singoli, con l’obiettivo di vincere almeno una tappa e ben figurare nelle altre. La Messina-Etna? Magari, farei felici tutte quelle persone che non vedo da troppo tempo. Sarebbe un sogno».

22 novembre – RIECCO DI LUCA: ADESSO FA ANCHE L’IMPRENDITORE

ROMA – Il piglio e la grinta è quella di sempre. Quella del “killer” aggressivo e deciso. Anche se ha tutte le intenzioni di tornare a correre, Danilo Di Luca sta già guardando avanti e si lancia nel mondo imprenditoriale. In questi giorni sta compiendo un lungo giro nei negozi specializzati per illustrare il nuovo marchio di bici che promuove e sta lanciando in Italia e nel mondo. Si tratta, ovviamente, di “specialissime” molto sofisticate costruite con tutti i crismi della tecnologia moderna e con i materiali più all’avanguardia garantiti anche dall’esperienza dei tanti anni di professionismo dell’abruzzese. Si chiama “Kiklos” il marchio dei nuovi telai, ma per noi “suiveur” fa un certo effetto sentire parlare il “killer” di carbonio T1000 e T800, di forcelle, sterzi, tubazioni “fasciate e incollate”, di vernici, pesi, ecc. Ma Danilo è uno che la sa lunga. E sa destreggiarsi da padrone anche nel complesso mondo della tecnologia più avanzata. Nel negozio di Claudio Castellaccio, a Roma, di fronte ad un folto gruppo di tifosi e aficionados, si è esibito a lungo in illustrazioni del prodotto e spiegazioni minuziose.

Sta già pensando alla nuova vita, vista la non più verde età?
“Manco per niente – fa un gesto scaramantico – durante la squalifica mi sono sempre allenato e sono convinto di essere ancora in grado di dire la mia nel plotone”.
Un anno circa di stop, e poi lo sconto per la collaborazione con il pm Roberti e il capo della Procura del Coni Torri. E il ritorno alla vigilia del Lombardia.
“Mi aspettavo sei mesi di sconto, ne ho avuti nove…”
Beh, se uno “canta” è giusto che sia premiato. E poi una seconda chance non si nega a nessuno.
“Ma io non ho fatto nomi e men che meno quello di Petacchi. Per fortuna che Alessandro è un amico; gli ho telefonato, ci siamo spiegati”.
Prudenza e misura: Danilo conosce bene il suo ambiente. Avesse avuto una squadra a disposizione avrebbe corso la classica delle “foglie morte”. Ma, a sentire lui, non ci dovrebbero essere problemi per la prossima stagione.
“Ho avuto offerte dalla Lampre, dalla Geox, dall’Astana e dalla Quick Step. Ma sto aspettando che l’Uci definisca il gruppo delle squadre di primo livello, quelle che hanno diritto di partecipare alle corse più importanti del calendario. Doveva essere pronto in questi giorni, ma hanno rimandato ai primi di dicembre”.
C’è fame di cacciatori di classiche, dopo l’abbandono di Bettini e il “killer” sa benissimo che il panorama nostrano non è entusiasmante.
“Per le corse a tappe c’è Nibali, ma per le classiche?”.
Ti guarda negli occhi con aria di sfida. Difficile dargli torto.
“Pozzato? Gli manca sempre qualcosa. Avete visto a Geelong (aglii ultimi mondiali, n.d.r.)? Ma lì non ha sbagliato solo lui. Per me l’Italia ha perso la corsa perché si è mossa troppo presto. Se l’azione dei 20 big fosse venuta un giro, due dopo, avrebbe avuto successo e non ci sarebbe stato il ricongiungimento degli spagnoli e il volatone di gruppo. Ma Bettini lo conosciamo. Era immediato ed impulsivo anche in bici; poi, magari sopperiva con la classe”.
Lei adesso snobba il Giro perché Zomegnan, il patron della corsa rosa ha detto che non la vuole per via della brutta immagine dopo la vicenda doping…
“Sono anni che non corro la Liegi e voglio tornare a vincerla. Zomegnan ha detto così, poi però a me ha detto che la porta è aperta dalla “Sanremo al Lombardia” per tutte le corse Rcs. Ci sarà al Giro, ci sarò…”
Buon per lui, ma allora è inutile parlare ipocritamente di “quarantena” per gli ex dopati. Del resto, il rigore a gettone, con tutti quelli che l’hanno fatta (e la fanno ancora) franca, non sarebbe neppure giusto nei confronti di chi – a detta degli inquirenti – ha dato una mano importante nello svelare certi meccanismi del doping. Di Luca torna dopo un annetto di stop.
Gli è andata bene dopo la positività al Giro 2009, sulla quale rischiava chiudere la carriera.
“Ho collaborato perché non posso stare senza bici. Per me la bici è tutto, è la vita”.
Versione romantica. L’altra faccia della medaglia è il mega negozio di bici che ha aperto da poco a Pescara in concorrenza con un ex di vaglia, Masciarelli, gregarione ai tempi di Moser. E ovviamente, la necessità di tenerlo sulla cresta dell’onda tramite la sua notorietà. E adesso c’è anche questa nuova iniziativa delle bici.
“Lo ho provate di persona sono rigide il giusto nei punti giusti del telaio e confortevoli. E in discesa rendono meglio di altre. E poi Masciarelli è lontano e c’è spazio per tutti dalle mie parti”, dice con con proprietà e precisione.
Giro di Lombardia (2001), Tre Valli (2002), Amstel e Freccia (2005), Liegi-Bastogne-Liegi (2007), una decina di tappe al Giro e il successo finale nel 2007. Il 2 gennaio Di Luca compirà 35 anni; sarà la 13° stagione da prof di una carriera ricca di successi, ma caratterizzata dall’amicizia “sulfurea” con un medico radiato dallo sport per fatti di quello stesso doping che gli è costato lo stop nel 2009. Tempo fa disse che non avrebbe più parlato con chi lo accusava. Ma poi ci ha pensato la realtà a fargli cambiare idea. Servita la lezione? Ti fissa ancora. Deciso e determinato. Sorride. Il “killer” sa sempre quello che vuole.

Copenaghen 2011: Sì, sarà un Mondiale per velocisti – Ricognizione dei ct azzurri sul circuito
Impressioni, sensazioni, prime analisi per i CT Azzurri in ricognizione sul percorso danese che dal 19 al 25 settembre 2011 ospiterà i Campionati del Mondo strada e crono delle categorie Under 23, donne elite, Junior e Professionisti.

Nel pomeriggio di oggi i CT hanno visionato il circuito della prova in linea lungo 14 km a Søllerød Holte che dista circa 20 km dalla capitale danese. Un percorso che varia nella lunghezza a secondo della categoria e che, per i soli professionisti, è anticipato da un rettilineo, con partenza da Copenhagen, lungo circa 28 km.

«Dopo aver visionato il circuito penso ad una attesa in vista di una grande volata a meno di grandi sconvolgimenti in corsa – dice il CT Nazionale Professionisti, Paolo Bettini – È un circuito tendenzialmente facile che non presenta salite impegnative ma sali e scendi continui. La prima metà è un po’ più tecnica con strade un po’ più strette mentre la seconda parte è più veloce. La curiosità è nel rettilineo finale (circa 700 metri) di cui gli ultimi 500 in salita con una pendenza al 5-6%. Non è certo un percorso in cui si può rimanere in fondo al gruppo ma presenta dei tratti di “tranquillità” rispetto al circuito dell’ultima edizione iridata. L’ultimo tratto dovrà essere gestito molto bene da una grande squadra per chi avrà la potenza necessaria e la condizione per un arrivo in volata, sempre che la corsa non subisca variazioni».

Un circuito che ricorda quello dei Campionati del Mondo a Madrid (2005): «L’altimetria sviluppa in questo caso più metri rispetto al circuito spagnolo che presentava due salite adatte a sviluppare delle azioni. Qui non ci sono ma sarà necessario gestire molto bene, in particolare, gli ultimi giri» – conclude il CT Bettini. Per i professionisti la corsa misurerà circa 280 km.

Così Marino Amadori (CT Nazionale under 23): «Il circuito danese risulta ondulato con un arrivo su di una rampa in salita che lo rende più duro rispetto a quello di Geelong. Un percorso che non è selettivo eppure aperto a molte soluzioni conclusive: o volata a gruppo compatto o di un numero ristretto di corridori. Lo indicherei come il percorso delle fughe e contro-fughe specialmente nella categoria Under 23, dove si parte con un numero di atleti ridotto rispetto a quella dei professionisti, sarà difficile controllare la corsa e auspico numerosi attacchi soprattutto agli ultimi giri. Da non sottovalutare le possibili condizioni atmosferiche avverse». Per gli Under i chilometri totali da percorrere saranno 175.

Il CT della Nazionale Junior, Rino De Candido afferma: «È un percorso non difficile, senza salite impegnative, anche se ondulato, ma con curve e controcurve. L’arrivo leggermente in salita presuppone una volata ma se la corsa vede azioni e allunghi potrebbe esserci un diverso esito finale. È più per passisti veloci in grado anche di fare i conti con il freddo, il vento e la possibile pioggia». Gli Junior si misureranno lungo il circuito per un totale di 130 km.

In linea ai CT Amadori e De Candido, il Commissario Tecnico delle Squadre Nazionali maschili, Andrea Collinelli: «Un percorso non duro ma non piatto. Sale e scende al 2% a parte gli strappi prima e dopo l’arrivo. Nelle categorie Under 23 e Junior, numericamente inferiori rispetto ai professionisti, sarà necessario avere atleti capaci di “tirare il rapporto” e uscire dal gruppo magari con vento contro. Per questo, risulterà difficile poter controllare la corsa che significa anche essere presenti nelle fughe. Con un arrivo in volata, non unica alternativa, sarà necessario avere molta potenza».

Mario Valentini, CT della Nazionale di Paraciclismo ha visionato il percorso di Roskilde, cittadina danese che dista qualche chilometro dalla capitale e che dall’8 al 12 settembre 2011 ospiterà i Campionati del Mondo di Paraciclismo. Sono 15 i chilometri del circuito, sia delle prove in linea che di quelle a cronometro di tutte le categorie, con partenza e arrivo da Roskilde davanti al Palazzo dei Congressi: «Un percorso molto bello che si snoda dalla città e attraversa la pianura danese e numerose frazioni cittadine. Un vero e proprio sali-scendi di una certa lunghezza che rendono il circuito impegnativo con un arrivo in pianura. Sarà necessario considerare la presenza del vento che in alcuni tratti potrà essere a sfavore. Chi avrà una buona condizione interpreterà il circuito con una certa aggressività così da proporre continui e costanti attacchi».
I CT Azzurri nella mattinata di domani effettueranno il sopralluogo dei percorso delle prove a cronometro.

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