Archivio per luglio, 2012

Le intercettazioni telefoniche incastrano Di Gregorio del team Cofidis
giovanni cerruti

Voi andate, Remy vi raggiunge subito». Le otto maglie rosse della Cofidis lasciano l’hotel Mercure di Bourg en Bresse alle 10 del mattino, è il giorno di riposo e l’allenamento sarà leggero. Nella hall dell’albergo Remy non è ancora sceso, è in camera, e i gendarmi dell’antidoping stanno frugando nel suo bagaglio. Trovano un pacchetto appena arrivato da Marsiglia. «E questa che roba è?». Remy Di Gregorio, 27 anni, non raggiungerà i compagni e il suo Tour de France finisce qui. Lo portano in caserma, è pronto un mandato d’arresto, a mezzogiorno comincia l’interrogatorio. Insomma il Tour è sempre il Tour, e il doping non riposa mai.

«Il ciclismo mi ha salvato dalle brutte compagnie – diceva nelle sue prime interviste -, voi non sapete cosa si rischia nelle periferie di Marsiglia». Però si sa cosa si rischia con il doping. La Cofidis, che l’ha messo sotto contratto quest’anno, l’ha sospeso prima dell’interrogatorio e gli dà del «traditore». I kazaki dell’Astana, che l’avevano l’anno scorso, a momenti dicono di non conoscerlo. É il fantasma che torna, o forse non se n’è mai andato. Di Gregorio della Cofidis, come l’italiano Cristian Moreni cacciato per doping nel 2007. E Di Gregorio come Riccardo Riccò, portato via dai gendarmi l’anno dopo.

Ora, come è comprensibile, al Tour o attorno al Tour c’è chi comincia a pensar male. Soltanto ieri si è saputo di quest’inchiesta, avviata da un anno a Marsiglia dal giudice Annaick Le Goff. É un’indagine sul nuovo doping, e in particolare sul team Astana. «Ci sono state novità importanti negli ultimi giorni», sono le uniche parole del magistrato. E sarebbero una telefonata di Di Gregorio agli amici pusher marsigliesi e l’arrivo del pacchetto. «Flagranza di reato», informano da Marsiglia. Un rinforzino per le montagne, da scalare oggi. Di Gregorio è (era) tra i migliori grimpeur di Francia.

«Non si è reso conto di quel che stava facendo», dice Yvon Sanquer, team manager Cofidis. «Se è tutto vero si è buttato via». E sarebbe un altro talentino che si conquista una brutta fine. Orecchino con diamantino come Marco Pantani, nel 2006 l’avevano esaltato come «il nuovo Richard Virenque», un altro che ha avuto i suoi guai con il doping. Poi gli era toccata la sorte di quasi tutti i ciclisti francesi, almeno a sentire il commentatore tv Bernard Thévenet, che prima di ammettere l’abuso di steroidi si era vinto i Tour ‘75 e ‘77, davanti a Eddy Merckx: «Appena hanno un po’ di soldi diventano tutti fannulloni».

Remy si era già perso nel 2010, quando l’avevano liquidato dalla Française des Jeux. L’anno scorso l’hanno ingaggiato quelli dell’Astana, ma al minimo di stipendio. Cofidis, multinazionale del credito che aveva già avuto i suoi guai con Moreni e prima ancora nel 2004 con lo scozzese David Millar, se l’è preso proprio per questo Tour e le montagne. Era 35º in classifica, 8º tra i francesi. Che forse se lo ricordano ancora sul Col d’Aspin, quando non riesce a resistere a Riccardo Riccò. E 4 giorni dopo, mentre i gendarmi portano via il modenese, ecco Remy che si vendica: «Lo dicevo io, che quello lì andava troppo forte!».

Padre italiano, madre spagnola, nel pelotòn lo chiamano «il Marsigliese». Ma da questa mattina, alla partenza da Macon, se lo saranno già dimenticato. Si sale ai 1501 metri del Grand Colombiere, Evans e Nibali annunciano attacchi. Comincia l’assalto alla maglia gialla Wiggins e ai fenomeni della Sky. Sperando che non arrivino altre pessime notizie da Marsiglia e che il fantasma del doping se ne stia buono fino a Parigi. Tanto il Tour ha già rimosso Armstrong e i suoi 7 anni di dittatura. Immaginarsi quanto ci mette, con Remy il Marsigliese.

Capace di vincere in pianura come in salita, a soli 22 anni il ciclista della Liquigas si impone tra i possibili vincitori della Grande Boucle. A sorpresa, visto che i bookmakers per lui non hanno nemmeno stabilito una quota

di Luca Pisapia

Impressionante. Una progressione incredibile dove si fondono classe, potenza, intelligenza e consapevolezza di possedere mezzi superiori alla media. Scattato a poche decine di metri dall’arrivo, Peter Sagan ha messo in fila uno per uno tutti i grandi velocisti e con una volata superlativa è arrivato solo al traguardo. Al Tour de France è nata una stella: è ufficiale. L’hanno già soprannominato ‘il piccolo cannibale’, in omaggio alla giovane età e al ‘cannibale’ Eddie Merckx, che negli anni ‘70 e ‘80 vinceva tutto senza lasciare nemmeno le briciole agli avversari. La Gazzetta dello Sport giorni fa gli ha dedicato una doppia pagina, sotto al titolo ‘Tourminator’. Perché Sagan, ciclista slovacco di soli 22 anni, a questo Tour si sta rivelando un dominatore oltre ogni aspettativa. Oggi ha vinto la terza tappa in sei giorni di corsa.

Domenica a Seraing e martedì a Boulogne-sur-Mer, il piccolo fuoriclasse Sagan ha messo in fila tutti quanti in un finale ondulato e a strappi, staccando gli avversari con la classe e l’arroganza di un consumato campione e andando a vincere in scioltezza da solo. Oggi a Matz ha superato di pura potenza velocisti del calibro di Greipel e Gos. Il peculiare percorso di questa Grande Boucle, con pochi arrivi in salita e ancor meno montagne, unito alle caratteristiche da corridore completo dello slovacco, ne potrebbero fare il vincitore a sorpresa della corsa sugli Champs-Élysées, il 22 luglio a Parigi. Talmente a sorpresa, che i bookmakers non hanno nemmeno stabilito una possibile quota per Sagan vincitore.

Eppure Sagan, capace di vincere in pianura come in salita, in volata e con azioni da finisseur, da talento predestinato alle corse di un giorno – il suo sogno è sempre stato la Parigi-Roubaix – potrebbe trasformarsi in dominatore delle corse a tappe. Anche perché, di essere un talento poliedrico l’ha già mostrato. I suoi inizi sono infatti in mountain bike, dove da ragazzino fa incetta di titoli. Passato professionista su strada nel 2009, l’anno seguente mette in fila vittorie di tappa nei giri minori, dimostrandosi capace di staccare grandi nomi, e l’anno scorso porta a casa delle tappe sia al Giro di Svizzera che alla Vuelta spagnola.

Quest’anno l’esplosione definitiva. Una tappa alla Tirreno-Adriatico davanti a Nibali e Kreuziger, tanto per gradire. Poi comincia a mettere la sua impronta indelebile sulle grandi classiche: quarto alla Milano-Sanremo, secondo alla Gand-Wevelgem, terzo nella Amstel Gold Race. E, per prepararsi al Tour, vince 5 tappe su 8 al Giro della California e poi 4 tappe al Giro di Svizzera. Mica male come allenamento per un ragazzino che, come obiettivo stagionale, avrebbe quello delle Olimpiadi di Londra 2012.

Per festeggiare la sua seconda tappa, Sagan aveva tagliato il traguardo mimando un uomo che corre. Come Forrest Gump, aveva spiegato: “A lui dicevano di correre, e correva, a me chiedono di vincere, e io vinco. Mi piace fare qualcosa che faccia sorridere la gente. Quando guardo lo sport in tv mi è sempre piaciuto chi aggiungeva divertimento alle sue vittorie, come Valentino Rossi. Ora che vinco, cerco di fare lo stesso”. Oggi ha festeggiato omaggiando la sua maglia verde, stringendo le braccia e mostrando i muscoli come fosse Hulk. (E come aveva fatto Balotelli dopo il gol contro la Germania). Il baby fenomeno si diverte e vuole far divertire gli appassionati.

Roberto Amadio, il general manager che l’ha voluto alla Liquigas, se lo mangia con gli occhi. I compagni Nibali – il capitano – e Basso – il gregario di lusso – lo aiutano e lo proteggono. E già si sprecano i paragoni. Argentin, Jalabert, Museeuw, Maertens: corridori diversi con un tratto in comune, aver fatto la storia del ciclismo. Ne ha ancora molta di strada da fare e di polvere da inghiottire il piccolo Peter Sagan, prima di arrivare in cima all’Olimpo dei più grandi, ma la pedalata sembra quella giusta. Al Tour è nata una stella. Che gli dei del ciclismo la proteggano e la facciano splendere sempre più luminosa: le due ruote hanno bisogno di eroi giovani, belli e divertenti. E soprattutto puliti.