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Gli interessati per ulteriori informazioni possono rivolgersi ad Antonio Balasco al N. 3382516331


 

 

 

 

 

Il lucano vince per distacco la Sulmona-Lago Laceno

 

Un altro italiano primo al giro d’Italia. E questa volta vale doppio, perché la tappa che sfiora la Basilicata è andata a un lucano, Domenico Pozzovivo, da Policoro provincia di Matera. Il traguardo era piazzato sulle sponde del Lago Laceno, nel cuore dell’alta Irpinia, al confine tra Campania e Basilicata. Vicinanza che ha caricato Pozzovivo, arrivato primo davanti agli occhi dei propri tifosi e dei genitori. Partito a testa bassa, è sembrato volare sul Colle Molella. Ha conquistato il Gp della montagna, per poi tenere in pianura, trionfando così in solitaria nell’ottava tappa del Giro numero 95.

 

IL RIVALE – L’unico a impensierire l’enfant du pays è stato lo spagnolo Benat Elorriaga Intxausti, che lasciato il gruppo, si è buttato all’inseguimento. Il fuggitivo, dall’alto dei suoi 165 centimetri d’altezza, lo ha però tenuto a debita distanza fino ad esultare come un calciatore quando si è presentato solo sul traguardo.

LA CLASSIFICA – In una giornata in cui Damiano Caruso strappa la maglia bianca di leader dei giovani, Ryder Hesjedal ha sofferto il giusto per mantenere la casacca rosa. Il canadese della Garmin-Barracuda ha sudato in salita ma non ha mollato, riuscendo così a tenere la testa della classifica generale. Il suo primato è però messo in pericolo dalla crescita di Joaquin Rodriguz: lo spagnolo della Katusha non è ancora riuscito a lasciare il segno però sta lentamente risalendo la china ed ora, grazie agli abbuoni per il terzo posto, è secondo nella generale a 9″ da Hesjedal.

LA PROSSIMA TAPPA – Prima delle grandi montagne, lunedì, il Giro vivrà una giornata di tutta tranquillità. La nona tappa, la San Giorgio del Sannio-Frosinone di 166 chilometri, non presenta alcun tipo di asperità per gli uomini di classifica che, dopo un week-end di fatica, avranno la possibilità di respirare un pò. Non potranno invece riposarsi le squadre dei velocisti, visto che il tipo di percorso ben si adatta ad un arrivo allo sprint, anche di gruppo. Nessun Gpm da scollinare, rifornimento a San Cataldo (Km. 96,5) e Traguardo Volante a Ceprano (Km. 142,1): solo il vento potrebbe dare qualche grattacapo in una frazione che preparerà la gamba per la tappa di Assisi.

Corriere.it

Voci di popolo, voci di dio. Voci di sospetti, mugugni, insofferenze. E come un anno fa dopo la tappa dell’Etna, al centro delle voci c’è Mark Cavendish. Già il campione del mondo che ieri si è salvato, con i suoi sette compagni di gruppetto, per meno di 40 secondi dalla mannaia del tempo massimo.
I mugugni riguardano proprio gli ultimi 15 chilometri della tappa del campione del mondo: quando l’elicottero della Rai inquadra il plotoncino mancano ancora 15 chilometri al traguardo e il distacco è superiore dei diciotto minuti. Il conto è presto fatto: 16 minuti per fare 15 chilometri fanno una media degna di una moto. Se ne accorge dal camion regia Auro Bulbarelli che infatti appare in collegamento (non lo faceva al Giro dalla terza tappa dello scorso anno, quando ebbe il triste compito di annunciare la scomparsa di Wouter Weylandt) e dà l’allarme, se ne accorge subito Beppe Conti che di esperienza ne ha da vendere e chiede subito “giustizia” e “applicazione dei regolamenti”.
Alessandra De Stefano cavalca l’argomento, segnala addirittura come «Mauro Vegni si stia dando da fare perché perdere il campione del mondo non sarebbe bello», si comincia a parlare di “discrezionalità della giuria nell’applicare il tempo massimo in una corsa tanto dura”, poi d’incanto l’elicottero della Rai è costretto a fermarsi «perché ha finito la benzina» ed i nostri eroi del pedale riappaiono solo in fondo al rettilineo d’arrivo, pronti a tagliare il traguardo – con Mark Cavendish – in prima fila a 33’12” dal vincitore, giusto un soffio dentro il tempo massimo, calcolato per l’esattezza in 33’53″.
La carovana non ci sta, la carovana mugugna, la carovana stavolta è contro Cavendish.
Il tanto bistrattato Andrea Guardini, accusato di staccarsi sul primo cavalcavia e di non saper soffrire in salita, è arrivato a 28’28”, ampiamente nei tempi. E Roberto Ferrari con Chicchi e Demare a 23’53”, Goss, Modolo, Hunter e Nizzolo a 21’11”.

Nessuno accusa a chiare lettere, nessuno apre le virgolette ma questo Cavendish non ci piace e questo modo di agire nei suoi confronti ancora meno. Anche perché il campione del mondo lunedì sarà ancora a mettere in fila quelli che hanno fatto più fatica di lui per rientrare nelle regole: vincerà e saranno tutti là a rendergli omaggio. Ma saranno vittorie con un’ombra.

da TUTTOBICIWEB

Il britannico è il più veloce in volata. Nonostante le ferite per la brutta caduta di lunedì scorso. Bene Bennati e Modolo

Un treno, un rullo compressore, un missile terra-terra. O, più semplicemente, il più forte di tutti. Con la barba un pò incolta, con il corpo martoriato dalle ferite
per la caduta di lunedì scorso, dopo avere incassato le scuse di Roberto Ferrari, che nell’ultima tappa danese lo ha mandato a gambe all’aria, negandogli probabilmente un altro successo, davanti agli occhi della compagna Peta Todd e della figlia Delilah Grace, nata il 4 aprile scorso, Mark Cavendish non ha tradito.

Sul traguardo di Fano ha confermato di essere lui il re assoluto e incontrastato dello sprint. Se tutto va come deve, se non si registrano cadute o clamorosi colpi di scena, l’uomo dell’Isola di Man non fallisce. Il perchè è presto detto: quando gli avversari arrivano al massimo, producendo il massimo sforzo a pochi metri dal traguardo, lui ha la capacità di andare oltre, riuscendo a esprimere una potenza ancora superiore rispetto ai comuni mortali del pedale. Con Cav di mezzo, con un arrivo allo sprint, il pronostico è chiuso. Sul viale Antonio Gramsci di Fano sono arrivate solo conferme e il britannico si è ripreso quello che una folle manovra di Roberto Ferrari gli aveva probabilmente tolto a Horsens, nell’ultima frazione danese del Giro d’Italia. Per Cavendish si tratta della nona vittoria al Giro, la seconda nell’edizione di quest’anno. Se l’è goduta per la prima volta con la sua bimba in braccio, in modo da abituare anche lei al podio.

Ramunas Navardauskas ha conservato la maglia rosa, con 5« di vantaggio sul sudafricano Robert Hunter, 11′ sul canadese Ryder Hesjedal, 13′ sull’australiano Matthew Goss e 14′ sullo stesso Cavendish. Il lituano non ha corso grandi rischi, nel suo primo giorno di leader della classifica generale, ma domani è atteso da una tappa molto nervosa, nel corso della quale non mancheranno trappole e insidie di vario genere (sterrato compreso). Domani dovrà stringere i denti, Navardauskas. Soffrire e difendersi, magari con l’aiuto della squadra, la stessa Garmin-Barracuda che lo ha portato sul gradino più alto del podio nella crono di ieri a Verona. «Non posso promettere nulla e non ho idea di quanti giorni porterò questa maglia», ha detto il Lituano, ma è chiaro che in cuor suo spera di andare più lontano possibile con quel rosa addosso.

Nella tappa odierna, intanto, sono tornati a farsi sotto i corridori italiani, grazie a Daniele Bennati e Sacha Modolo, rispettivamente terzo e quinto. «Ci saranno ancora delle occasioni – ha detto l’aretino – io spero di esserci». Altra giornataccia, invece, per l’ex maglia rosa, Taylor Phinney: per il quarto giorno consecutivo, il colosso a stelle e strisce è riuscito a finire per terra. Una vera disdetta, ma anche un singolare primato, soprattutto se rapportato alle contenute difficoltà
della crono a squadre di ieri e della tappa odierna. Dopo essersi vestito di rosa per la prima volta in carriera, Phinney ha battuto un altro record, di cui questa volta però ha poco da vantarsi.

la stampa.it

Cavendish a terra, tappa a Goss nell’ultimo giorno della corsa rosa in Danimarca. Problemi alla caviglia per il leader Phinney

Proprio nel giorno che ha ricordato Wouter Weylandt, il corridore belga morto dopo una caduta al Giro 2011 (ieri era presente la compagna AnSophie, diventata mamma di Alyzée, nata 4 mesi dopo la morte del papà), la Corsa Rosa ha rischiato di vivere un altro dramma. Nello sprint della 3 tappa Mark Cavendish, il n. 1 uno dei velocisti e grande favorito, è stato falciato ai 250 metri finali da Roberto Ferrari ed è stato investito da altri corridori. Nel mucchio è finito anche il leader rosa Taylor Phinney, che ha rimediato una botta a un piede. Il successo è andato all’australiano Matthew Goss, vincitore della Sanremo 2011, che non è stato coinvolto nell’incidente perché era davanti al momento della caduta.

La Horsens-Horsens, 3 e ultima tappa in Danimarca prima del ritorno in Italia, era nel mirino proprio di Cavendish, già a segno il giorno prima a Herning. Tuttavia l’iridato a 300 metri dall’arrivo si è trovato imbottigliato dopo una curva e costretto a una disperata rimonta. Al comando Lancaster stava tirando la volata a Goss, seguito da Farrar, J.J. Haedo e Ferrari. Quest’ultimo – definito dal suo team manager Gianni Savio «corridore un po’ naif» – all’improvviso ha deviato verso destra senza accorgersi di Cavendish. L’impatto tra la ruota posteriore di Ferrari e quella anteriore del britannico è stato inevitabile: il campione della Sky è finito a terra e ha picchiato la spalla sinistra, nel ruzzolone sono stati coinvolti anche Modolo, Delage, Bonnet, De Negri, Kwiatkowski e la maglia rosa Phinney, che ha sbattuto contro le transenne. Solo l’abilità di altri corridori ha evitato guai peggiori: il francese Demare per evitare Cavendish si è inclinato paurosamente sulla sinistra, Favilli invece con un colpo da acrobata ha fatto rimbalzare la bici riuscendo a saltare l’ostacolo.

«Ferrari, Ferrari!» ha urlato Cavendish tagliando il traguardo a piedi con la bici in spalla e la maglia a brandelli. Phinney invece è stato sdraiato in ambulanza, ma ha poi voluto raggiungere a piedi il palco delle premiazioni, pur zoppicante. «E’ stato uno choc – ha detto l’americano – e mi fa male un piede. Spero non sia grave». La prima diagnosi parla di «trauma contusivo e ferita lacero contusa» alla caviglia destra: oggi a Verona, giorno di riposo, altri esami diranno se potrà continuare. Intanto la giuria ha punito Ferrari retrocedendolo all’ultimo posto del gruppo. «Mi scuso con Cavendish e gli altri caduti», ha detto il suo team manager Savio.
giorgio viberti

Un Giro d’Italia per tutti

Posted: maggio 5, 2012 in Uncategorized

Al via una corsa senza padroni: manca Contador e il tracciato “democratico”. Basso e Frank Schleck i favoriti

Il 95° Giro d’Italia comincia oggi con una breve cronometro individuale (8,7 km) a Herning (Danimarca) e con Michele Scarponi in maglia rosa. Sono due novità assolute: il Giro non aveva mai toccato il più meridionale dei Paesi scandinavi, nè una grande corsa a tappe si era mai spinta così a Nord (56° parallelo). Inoltre per la prima volta in 103 anni la maglia rosa vestirà un non vincitore: nel 2011 infatti Scarponi, all’esordio con un look di questo colore, era giunto 2° a Milano con 6’10” da Contador, detronizzato però lo scorso 6 febbraio dal Tas per doping al Tour 2010.

Scelte opinabili La gente comune non capisce perché un Giro d’Italia cominci dalla Danimarca, lontana 1500 km. E’ vero che anche il Tour 2012 partirà fuori confine, in Belgio, ma poi rientrerà in patria pedalando, non con lunghi trasferimenti autostradali o aerei. In futuro non sarà più possibile perché l’Uci ha vietato di anticipare il primo giorno di riposo dopo appena tre tappe, come avverrà invece in questo Giro per permettere alle squadre di rientrare in Italia lunedì notte.

La scelta della Danimarca, pur ammantata di significati suggestivi, è stata soprattutto economica e di marketing: quassù il Giro interessa molto, paga bene e assicura una copertura tv per tre settimane. Soldi e pubblicità sono alla base anche di un’altra scelta non certo tecnica: invitare il team tedesco NetApp (sponsor informatico Usa) il cui principale merito ciclistico parrebbe la quasi omonimia del capitano Barta con un nostro mito del passato. Esclusa invece l’Acqua&Sapone dei due ex vincitori rosa Garzelli e Di Luca.

Percorso più umano Mauro Vegni, direttore di corsa subentrato ad Angelo Zomegnan, ha colpito nel segno. A parte il via danese, ereditato dalla precedente gestione, ha disegnato un Giro equilibrato e non fachiresco come quello del 2011, con 39 salite ben distribuite in modo da rispettare i corridori e ritardare il verdetto finale. Ce n’è per tutti i gusti: 2 crono individuali, 1 cronosquadre, 7 traguardi per velocisti, 9 tappe di media-alta montagna, 6 arrivi in salita e chance di giornata anche per i finisseur.

Dove osano le aquile Tornano alcune storiche montagne, in particolare lo Stelvio che fu esaltato per la prima volta da Fausto Coppi nel 1953 ed è di nuovo sede di arrivo dopo 37 anni. Si scalerà sabato 26 maggio, penultima giornata, preceduto nella stessa tappa da altre salite: Tonale, Aprica, Teglio e Mortirolo, Cima Pantani 2012, quasi 6 mila metri di dislivello che decideranno il Giro.

Corsa senza padrone Alberto Contador, squalificato, quest’anno sarà out fino a dopo il Tour, il che ha convinto tanti specialisti (o presunti tali) dei grandi giri a puntare sulla Grande Boucle snobbando la Corsa Rosa. Così al Giro, che sconta una collocazione in calendario molto anticipata rispetto ad altri appuntamennti clou (29 luglio Olimpiadi, 23 settembre Mondiali), mancheranno Evans, Andy Schleck, Nibali, Menchov, Samuel Sanchez, Gesink e anche stelle di giornata come Cancellara, Boonen, Gilbert, Valverde, Freire, Petacchi, Greipel, Boasson Hagen. Tuttavia proprio gli assenti danno paradossalmente più equilibrio al Giro, per il quale i bookmakers non sanno chi eleggere favorito tra Scarponi e Basso, capitani rispettivamene di Lampre e Liquigas. Non sono peraltro lontani nei pronostici il ceco Kreuziger, il venezuelano Rujano e il lussemburghese Frank Schleck, quest’ultimo costretto in extremis all via dal suo team Radioshack. Tutti e 5 questi corridori hanno una quota compresa tra 3,5 e 10, segno di grande incertezza. Nè sono tagliati fuori dalla classifica Pozzovivo, il francese Gadret, Cunego, gli spagnoli Joaquim Rodriguez e Nieve. Più nette invece le gerarchie fra i velocisti, con il britannico campione iridato Mark Cavendish da preferire a Farrar, Bennati, Modolo, Hushovd, Goss, Guardini, Demare, Chicchi e Bos. Spettacolo assicurano infine anche passisti veloci come Pozzato, Ballan, Vanendert, Visconti, Gasparotto, Brutt e Felline.
GIORGIO VIBERTI

La partenza da Herning per ragioni di sponsor, i piccoli team protetsano
ci costa il 10% in più»

giorgio viberti

inviato a herning (danimarca)

Il 95° Giro d’Italia comincia domani dalla… Danimarca, precisamente da Herning, graziosa cittadina di 60 mila abitanti senza però particolari peculiarità ciclistiche. L’unico aggancio con le due ruote è l’aver dato i natali a Bjarne Riis, team manager della Saxo Bank (squadra dello squalificato Alberto Contador) ed ex discusso corridore, vincitore con imbroglio farmaceutico (per sua stessa ammissione) del Tour de France 1996. Un po’ poco per poter ragionevolmente sostenere una partenza a 1500 km dai patri lidi. In verità il Giro d’Italia nei 103 anni della sua storia era già partito 9 volte dall’estero, ma quasi sempre per celebrare una ricorrenza, come nel 1996 da Atene (centenario delle Olimpiadi), nel 2002 da Groningen in Olanda (toccando poi gli altri 5 Paesi fondatori della Cee), nel 2006 da Seraing in Belgio (50 anni dopo la tragedia di Marcinelle, dove morirono 136 minatori italiani). Questa volta invece la motivazione ufficiale sarebbe che la Danimarca è la terra delle biciclette, verità innegabile – a giudicare da grandi e piccini che pedalano un po’ ovunque da queste parti – e certamente meno prosaica della causa vera di un simile esodo di massa: il business. Intendiamoci, in un periodo di vacche magre a livello mondiale sono ben accetti sponsor munifici e amministratori locali capaci di versare 3-4 milioni di euro (!) pur di ospitare il via della Corsa Rosa e le sue prime tre tappe. Poco importa se il centenario della città di Herning cadrà non quest’anno ma nel 2013: meglio cogliere al volo la proposta della Rcs Eventi Sportivi, che gestisce il Giro, intenzionata ad allargare i confini della corsa tanto da meditare per il prossimo anno un via americano da Washington (idea per fortuna accantonata).

Passare però dal via di Torino 2011, per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, a quella di Herning 2012, per il secolo (scarso) di vita della cittadina danese, oltre a stridere non poco costringe i protagonisti della corsa – team, corridori, tecnici, massaggiatori, meccanici, autisti, dirigenti, sponsor… – a un salasso di energie fisiche e di quattrini. «Rispetto al 2011 a Torino, temo che quest’anno le prime tappe in Danimarca costeranno 10 mila euro in più», dice Roberto Amadio, team manager della Liquigas di Ivan Basso, uno dei favoriti. Tanti soldi, se si pensa che il minimo di stipendio per un corridore professionista è di 27.500 euro all’anno. E se si considera che il Giro garantisce vitto e alloggio gratuito a 23 persone per ciascuna delle 22 squadre iscritte, ma non la copertura delle spese di viaggio, logistiche, tecniche, di trasporto e così via. Mediamente ogni team di livello mondiale si è portato in Danimarca – e dovrà inviare in fretta e furia in Italia lunedì sera, dopo la 3ª e ultima tappa danese – almeno 1 pullman, 1 camion, 2 furgoni e 4 ammiraglie, che fra pochi giorni dovranno raggiungere via strada Verona, sede della 4ª tappa, lontana oltre 1500 km.

«Capisco che bisogna prendere i soldi dove ci sono – sottolinea Beppe Saronni, team manager della Lampre di Scarponi e Cunego, altri due probabili protagonisti -, ma forse non è un caso che per il prossimo anno si prospetti una partenza in Italia», con Napoli in pole position, scelta assai più ragionevole e frutto della nuova dirigenza ai vertici della Rcs. «Noi siamo una squadra più piccola – precisa Gianni Savio, patron dell’Androni che schiera lo scalatore venezuelano Rujano e il promettente torinese Felline – con un budget annuale di 2,5 milioni. Sono abituato anch’io a far quadrare il bilancio quindi accetto questa partenza straniera, ma aumenterà almeno del 10% le spese totali per il Giro», senza però aggiungere nulla dal punto di vista tecnico, anzi. Fare un giorno di riposo già dopo tre giorni di corsa – per favorire il rientro in Italia – è inutile e priverà poi i corridori di una preziosa sosta più avanti.